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Appunti sulla politica monetaria della Fed

Nell’indagare le origini della crisi dovremmo cercare di non confinare la nostra analisi solo al periodo che va dallo scoppio della bolla dotcom, alla crisi oggetto della nostra ricerca. Uno studio più comprensivo dovrebbe tener conto anche delle politiche monetarie della Fed nei tardi anni ottanta e degli anni novanta.

Secondo O’Driscoll, nel periodo in cui Volcker fu a capo della Fed (dal 1979 al 1987) fu enfatizzato il controllo della quantità di moneta al fine di controllare l’evoluzione dei prezzi, e gradualmente nel corso del suo mandato ci si spostò verso un controllo maggiormente centrato sul livello dei prezzi stessi.

In questo periodo l’economia americana registrò una imponente crescita, ma vide verificarsi due importanti crisi finanziarie. La prima è quella nota come crisi delle Save&Loan, così denominata per l’elevato numero di fallimenti nel settore bancario: “la crisi delle S&L che vide nel periodo 1980-1994 il fallimento di circa 1300 su 4039 istituzioni del risparmio”1

La seconda fu una crisi delle banche commerciali, strettamente collegata alla prima cui sopra delle S&L. Questa crisi ebbe radici regionali, nascendo nel sud.ovest, ed espandendosi poi al New England, e coinvolse alcune tra le maggiori banche, quale ad esempio Citibank. Circa 1600 Banche risentirono della crisi, finendo per fallire o per sopravvivere grazie a fondi FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Ci furono poi due importanti crash nei mercati azionari: il primo nell’ottobre dell’1987, il secondo associato allo scoppia della bolla dotcom nel 2000.

Prima di illustrare l’evoluzione della politica monetaria statunitense, alcune note su come concretamente opera la Fed, e su cosa rappresenta il“tasso dei fondi federali”.

Questo tasso non viene fissato direttamente dalla Fed, ma costituisce un obiettivo di politica monetaria della Fed; essa si premura di farlo giungere ad un determinato livello mediante le operazioni di mercato aperto. Le banche infatti detengono conti presso la Fed e li usano per effettuare pagamenti. I saldi di fine giornata vengono usati per soddisfare la riserva obbligatoria, oppure, se maggiori di quelli desiderati, vengono prestati “overnight” ad altre banche che ne hanno bisogno: “Il mercato su cui si scambiano i saldi detenuti presso la Fed (Federal Fund Balance) si chiama Federal Fund Market, il tasso a cui si concedono i prestiti è il federal fund rate. L’offerta totale di Federal Fund Balance disponibili per le banche è determinato dalle operazioni di mercato aperto, attraverso le quali si determinano una certa quantità di liquidità, oppure un certo tasso sui federal funds (non è possibile fissare entrambi)”2 .

m2

Gli altri strumenti sono la riserva obbligatoria e la manovra del tasso ufficiale di sconto “la gestione dell’offerta di base monetaria attraverso lo sportello per lo sconto, applicato alle banche sui prestiti che ricevono dallo sportello per lo sconto”3.

Il tasso di sconto di norma è più basso del federal funds rate, al fine di indurre le banche a procurarsi le risorse sul mercato interbancario.

Diminuendo questo tasso la Fed rende più conveniente chiedere liquidità direttamente a lei, aumentando la mole di riserve detenute dalle banche. Interessante è focalizzarci sull’offerta di riserve da parte della Fed; queste vengono, come dicevamo, gestite essenzialmente mediante le operazioni di mercato aperto (ODMA), le quali determinano l’offerta di Federal Reserve Balances: “acquisti di titoli aumentano la quantità di Federal Reserve Balances perché la Fed crea questa riserve per pagare il venditore, accreditando il conto della sua banca presso la Fed”4.

funds rate

Fornendo allora maggiore liquidità alle banche, crea riserve in eccesso che le banche, che non amano tenere riserve superiori al necessario dato che non fruttano interesse, possono prestare sul mercato interbancario; l’offerta ora aumentata genera una spinta al ribasso del tasso di equilibrio, cioè del Federal Funds Rate. In questo modo nuova moneta entra in circolo.Riprendiamo il filo del discorso; gli anni 80 furono un periodo di forte lotta contro l’inflazione, che dagli anni 70 era il male dei principali paesi avanzati, con una evoluzione del livello dei prezzi a doppia cifra. Volcker, all’inizio degli anni 80, mise in atto una gigantesca operazione di restrizione monetaria, portando il federal funds rate per certi periodi anche al di sopra del 18%; diminuendo progressivamente le aspettative di inflazione anche il tasso iniziò a declinare verso livelli più normali. Nell’87 Greenspan subentra a Volcker; l’inizio del suo mandato sembra essere lungo una linea di continuità con il mandato del suo predecessore; Greenspan mette in atto una nuova stretta monetaria, e sul finire degli anni 80 il federal funds rate è alle soglie del 10%. La svolta avviene con il cambio ai vertici della Casa Bianca, e con la volontà di far uscire gli Usa fuori dalla crisi del 92: i tassi vengono drasticamente tagliati, e nel settembre del 92 sono portati al 3%.

Pian piano i tassi virarono verso l’alto, raggiungendo il 6% in prossimità dell’esplosione della bolla dotcom.

Dopo l’esplosione della bolla i tassi furono drasticamente tagliati, fino a raggiungere il livello (per allora) record dell’1% nel giugno del 2003. Il tasso rimarrà su questo livello per un anno, venendo poi progressivamente ritoccato verso l’alto, sino alla soglia del 5,25% nel giugno 2006.

real interest

Parallela alla diminuzione dei federal funds rate ci fu l’aumento della liquidità: “a partire dal 2001 l’incremento annuo è stato di circa il 10% (il che implica il raddoppio della quantità di moneta in circolazione ogni circa 6/7 anni), rimanendo sull’8% a partire dalla seconda metà del 2003”5

Con una inflazione media superiore al livello dei tassi nominali per quasi tre anni, negli Usa i tassi reali d’interesse, come fa notare L. White, sono stati addirittura negativi; evento senza precedenti.

Cosa ha spinto la Fed a porre in essere una politica monetaria di questo tipo? E come l’hanno giustificata agli occhi dell’opinione pubblica?

Greenspan maturò nel tempo la convinzione, frutto probabilmente dell’osservazione dei fenomeni economici lungo gli anni, che l’economia vivesse di cicli: periodi di espansione, nei quali l’economia cresceva (boom); fino a raggiungere un picco, il momento in cui la bolla esplodeva, con conseguente crisi (bust). In questa cornice teorica, l’idea di Greenspan, divenuta nota come “The Greenspan Put”, ed esposta la prima volta in un discorso del dicembre 2002, era che non fosse nelle possibilità della Fed non solo il fermare una bolla, ma anche solo riuscire di capire se ci si trovasse o meno all’interno di questa; non potendolo definire, non poteva essere considerato compito della Fed individuarla e fermarla prima che facesse danni; compito della Fed era di, invece, verificare l’esplosione della stessa, ed intervenire al fine di evitare il fenomeno deflattivo; la missione era riuscire ad evitare che si precipitasse in una spirale deflazionistica.

Riprendendo una sua stessa testimonianza del 1999, Greenspan disse che “la Fed si concentrerà su politiche volte a mitigare le conseguenze della crisi (quando questa accadesse) e facilitare la transizione alla successiva espansione”6

Ben Bernanke, che succederà al vertice della Fed al posto di Greenspan, aveva a lungo studiato la grande depressione del 29, ed era convinto che questa fosse, in sostanza, dovuta ad un grande errore della Fed: l’aver lasciato che l’economia americana entrasse in forte deflazione, ed anzi averla favorita con politiche monetarie restrittive:”Nel 2002 Bernanke convinse Greenspan che il pericolo numero uno per l’economia americana fosse la possibilità di cadere in una spirale fisheriana debito-deflazione. Tale timore spinse la Fed a utilizzare la leva monetaria tagliando i tassi fino all’1% e tenendoli a quel livello per un anno”7.

Tale tipo di politica (unita agli stimoli fiscali del primo mandato Bush) provocarono un’imponente crescita economica; veemente in particolare risultò la crescita nel settore immobiliare, nel quale si verificò una spettacolare crescita dei prezzi (in verità tale crescita è precedente, e datava dalla metà degli anni 90). Le pressioni inflazionistiche iniziarono a farsi sentire, e progressivamente i tassi virarono verso l’alto al fine di compensare aspettative crescenti circa i prezzi. Dall’1% del giugno 2003 il tasso sale fino ad arrivare nel luglio 2007 al 5.25%.

A ciò va aggiunto che nelle altre principali economie industriali i tassi di interesse reali non

erano molto più elevati di quelli statunitensi. Di fronte al ristagno della crescita economica nell’area dell’euro, la BCE ha mantenuto i tassi di interesse reali a breve termine al disotto dell’1% durante gran parte del periodo da metà 2001 al 2005, mentre i corrispondenti tassi giapponesi hanno oscillato fra lo 0 e l’1% per buona parte dell’ultimo decennio. E, anche al fine di contenere le pressioni verso un apprezzamento del tasso di cambio, molte economie emergenti hanno seguito l’esempio di quelle industriali.

1 O’Driscoll G, 2009, Money and the present crisi, pg 175, Cato Journal

2 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 127

3 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

4 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

5 Ravier A Lewin P, 2009, The Subprime Crisis, pg 5

6 Greenspan A, 2002, Remarks before the Economic Club of New York

7 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 157, Cato Journal

Fallimento del mercato o fallimento dell’interventismo pubblico?

La crisi economico-finanziaria che tra il 2007 e il 2008 ha colpito tutto l’occidente industrializzato, è fenomeno così complesso da rendere semplicistico qualsiasi tentativo di spiegarla basandosi solo su alcuni semplici fattori causali. La stessa teoria austriaca, fin qui descritta nella versione datane da von Hayek, ben difficilmente può dirsi spiegazione univoca e completa del fenomeno. Ma tale problematica affligge, a prescindere dalla loro coerenza interna e dal loro potere esplicativo, tutte le teorie che riguardino un fenomeno sociale di queste dimensioni.

Il problema di fondo consiste nel fatto che, per quanto sulla carta si possa mostrare che, dato A segue B, non è possibile effettuare una reale controprova: eliminare, cioè, o modificare il fattore (o i fattori) indicato come causale, e verificare che effettivamente non segua più B; questo privilegio, riservato alle hard science, non è concesso alle scienze sociali, e quindi a quella economica; si possono certamente effettuare comparazioni tra fenomeni storici, che non saranno mai però perfettamente identici; o effettuare simulazioni di tipo econometrico; non però esperimenti paragonabili a quelli che si possono condurre, ad esempio, nella fisica sperimentale; una delle conseguenze è che non si riesce a falsificare (popperianamente parlando) un determinato tipo di ipotesi che quindi, per quanto screditate, possono sempre tornare a ripresentarsi, sotto vesti magari anche leggermente diverse.

Come mette in evidenza von Hayek nella prolusione tenuta in occasione della consegna del premio Nobel per l’economia:

Diversamente dalla posizione che esiste nelle scienze fisiche, nell’economia e in altre discipline che si occupano di fenomeni essenzialmente complessi, gli aspetti degli eventi da spiegare di cui possiamo ottenere dati quantitativi sono necessariamente limitati e possono non includere quelli importanti. Mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante, che determina gli eventi osservati, può essere a sua volta direttamente osservabile e misurabile, nello studio di fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, difficilmente tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo, per i motivi che spiegherò più avanti, potranno mai essere completamente conosciute o misurabili”1

Senza contare, poi, quanto grande risulta l’influenza di impostazioni etiche di tipo differente nella scelta di un determinato tipo di lettura dei fenomeni economico-sociali; e quanto l’inconciliabilità di questi punti di vista renda difficoltoso il confronto, stante che la lettura di un certo fenomeno è determinata spesso a priori.

Ma lasciando da parte queste considerazioni metodologiche, quello che tenteremo di fare sarà allora di inquadrare, sulla scia dell’impostazione tracciata da Hayek e dai maestri austriaci, il complesso fenomeno di crisi del 2008; ci focalizzeremo innanzitutto sulle conseguenze di un certo tipo di politica monetaria espansionistica portata avanti dalla Fed, come Machlup fa notare: “La tesi fondamentale della teoria del ciclo economico di Hayek è che i fattori monetari costituiscono la causa del ciclo stesso, ma i fenomeni reali lo costituiscono”2 , vale a dire che il ciclo è determinato da fattori monetari, ma tali fattori monetari producono effetti reali sull’economia (il che si ricollega al discorso sulla non-neutralità della moneta che prima abbiamo svolto)

Quando si parla della crisi del 2008 è divenuto quasi un luogo comune descriverla come una crisi del libero mercato o del libero scambio

A sostenere questa linea di pensiero sono in tanti, dal presidente francese Sarkozy, che ha annunciato «la fine del Capitalismo Laissez-faire», all’economista Roubini, sino allo stesso New York Times, che non manca di ricordare come gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una mentalità laissez-faire e che negli ultimi 30 anni questo si sia tradotto in una politica di deregulation sempre più spinta.

Un importante economista come Lawrence Summers ha scritto, esprimendosi sull’ultima crisi “il pendolo sta tornando – e deve continuare a tornare- verso un rafforzamento del ruolo del governo al fine di salvare i mercati dai loro eccessi e dalle loro inadeguatezze”3.

Come fa notare Pascal Salin “[la crisi] spesso interpretata come conseguenza del comportamento di banchieri avidi e miopi che avrebbero approfittato dell’eccessiva libertà apportata da una deregolamentazione finanziaria senza limiti, finisce per essere considerata la prova d’una instabilità interna del capitalismo e della conseguente necessità di una maggiore regolamentazione statale”4

Tesi non troppo distante da quella sostenuta da Marx a metà dell’800, circa una fatale tendenza del sistema capitalistico alla crisi. Ancor più significativo è il giudizio di Alan Greenspan, capo della Federal Reserve per 18 anni, fino al gennaio del 2006.

Il 23 ottobre 2008, nel corso della sua audizione richiesta da parte d’un comitato della Camera dei Rappresentanti americana incaricato di determinare le cause del crollo della Borsa, Alan Greenspan ha, come scrive il New York Times, “ammesso di aver avuto torto nel fidarsi del mercato per regolare il sistema finanziario senza un controllo supplementare del Governo”. E continua dicendo: “Ho commesso un errore nel fare affidamento sull’interesse privato delle organizzazioni, principalmente del banchieri, per proteggere i loro azionisti. Quanti tra noi facevano affidamento sull’interesse degli istituti di credito per proteggere gli azionisti (io in particolare) sono in stato di shock ed incredulità. Ho trovato una faglia nell’ideologia capitalista. Non so fino a che punto sia significativa o duratura, ma questo mi ha fatto piombare in uno stato di grande smarrimento. La ragione per la quale sono scioccato è che l’ideologia del libero mercato ha funzionato per quarant’anni, ed anche eccezionalmente bene”5

Il problema però, nel sostenere una tesi di questo tipo, è che parlare di “libero mercato” in una situazione come quella pre-2008 è una forzatura; come scrive K. Dowd, professore di Financial Risk Management alla Nottingham Business School “l’argomento è privo di senso, perché non abbiamo un libero mercato. Piuttosto, i mercati operano all’interno di un contesto di intenso intervento statale; la nostra priorità deve essere d’investigare le condizioni e i parametri entro cui i mercati sono lasciati “liberi” di operare”6.

La tesi che sosterremo è, quindi, che la crisi non è il prodotto d’un fallimento del capitalismo o del libero mercato; ma, coerentemente a quanto esposto nel capitolo teorico sul ciclo economico austriaco, individueremo la causa principale nella politica monetaria condotta dalla Federal Reserve; sotto Alan Greenspan prima, ed ora Ben Bernanke, la Fed ha posto in essere un tipo di politica monetaria tale da favorire in modo massiccio l’azzardo morale tra gli investitori, in modo particolare nel settore immobiliare e nel settore dei prodotti finanziari.

Quello che Gary Gorton ha chiamato “il panico del 2007” è il risultato dell’agire da un lato della politica monetaria, dall’altro degli sforzi delle autorità statali di garantire l’accesso alla casa di proprietà per un numero il più elevato possibile di soggetti; tale impostazione ha favorito la crescita dei cosiddetti mutui sub-prime (n.a. anche se in realtà, al di là di mutui prime o subprime, sono stati i mutui a tasso variabile, quindi quelli che maggiormente risentono del livello dei federal funds rate, a subire il tracollo maggiore al momento dell’esplosione della bolla), ed il fiorire di un’impressionante mole di prodotti finanziari derivati al fine di sostenere tali prestiti.

Sempre secondo Gorton (2008), al fine di sostenere economicamente i mutui subprime, il sistema finanziario ha sviluppato una complessa serie di prodotti finanziari (interlinked securities, special purpose vehicles and derivatives) connessi ai mutui subprime. Il valore di queste securities risultò essere inusualmente sensibile al valore dei prezzi immobiliari sottostanti.

Quando però la Fed, preoccupata di derive inflazionistiche, decide di correggere la sua politica facendo virare verso l’alto il federal funds rate, che tocca il picco di 5.25% nel giugno 2006; e in contemporanea la crescita del prezzo degli immobili inizia a frenare per poi iniziare a flettere, i nodi vengono al pettine: gli effetti si ripercuotono sui prodotti derivati ed assicurativi, venendo amplificate dalla carenza di informazioni affidabili (complice l’estrema difficoltà nel calcolarlo) circa la valutazione del rischio implicito in tutti questi prodotti.

Procediamo dunque ad illustrare nel dettaglio la storia che, qui su, abbiamo solo abbozzato nelle sue linee di fondo.

1 Von Hayek F, 1974, The Pretence of Knowledge

2 Machlup, F. (1974) “Friedrich von Hayek’s Contributions to Economics.”

3Summers, L. 2008 “The pendulum swings towards regulation” Financial Times

4Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg XXXIII

5Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg 18

6Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 141, Cato Journal

Wicksell e il processo cumulativo

E’ un luogo comune della letteratura critica su Hayek far risalire le origini della sua teoria del ciclo economico al modello che Wicksell descrive in “Interest and Price”, quello che viene definito processo cumulativo. Nel momento in cui, dopo l’assegnazione del premio nobel nel 1974, tornarono sotto i riflettori le tesi austriache, alcuni interpretarono Hayek come un neo-wickselliano: “Sia la formulazione svedese (n.a ci si riferisce a Erik Lindahl, Gunnar Myrdal, e Erik

Lundberg) che quella austriaca del ciclo economico, possono a buona ragione esser lette come interpretazioni neo-wickselliane del ciclo”1

Vale la pena di notare, in via preliminare, che Wicksell con questo modello non cerca di costruire una teoria delle fluttuazioni cicliche: quello che egli mette al centro del modello è il movimento del livello generale dei prezzi in certi intervalli di tempo più o meno lunghi. Per quanto gran parte del libro sia dedicato alla teoria del capitale, che riprende e sviluppa la teoria di Bohm-Bawerk, nel modello di processo cumulativo tutto questo viene messo da parte; per come è strutturato il modello non v’è spazio per analisi sul cambiamento della struttura produttiva; le analisi che egli stesso aveva compiuto relativamente alle conseguenze di un aumento del risparmio disponibile sul livello del tasso di interesse di mercato, e di questo sulla lunghezza della struttura produttiva, vengono qui del tutto messe da parte.

Wicksell stesso avverserà duramente i primi tentativi di Mises, nella“Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1912)” di applicare il proprio modello alle fluttuazioni economiche. E questo per un motivo semplice: per lui il ciclo non dipende da fattori monetari, ma fattori reali.

Per Wicksell ciò “che caratterizza le moderne economie, rispetto a questo ipotetico stato stazionario, è soprattutto il rapido aumento della popolazione ed il conseguente aumento della domanda di beni di consumo. Per soddisfare quest’ultima è necessario un altrettanto costante sviluppo della produzione”2 Il problema è che si verifica un disallineamento tra il saggio di crescita della popolazione, con conseguente crescita nella domanda dei beni di consumo, e il ritmo con cui aumenta la produzione. A causa dei rendimenti marginali decrescenti, anche quando tutta la forza lavoro trova occupazione, l’apporto che questa può dare alla produzione è minore di quel che servirebbe: “Per contrastare la legge dei rendimenti decrescenti, conseguenza della limitatezza delle risorse naturali, occorrono scoperte e invenzioni, miglioramenti tecnici e commerciali, nuovi metodi produttivi ma è nella natura delle cose che le grandi scoperte ed invenzioni debbano avvenire in maniera sporadica”3 Per Wicksell all’origine del fenomeno ciclico vi è appunto questo scollamento, questa mancanza di sincronia tra produzione e domanda di beni di consumo.

In “Interest and Price” Wicksell considera una economia di puro credito, in cui le banche, libere da qualsiasi obbligo di riserva obbligatoria, adeguano automaticamente la loro offerta di credito alla domanda di prestiti da parte delle imprese, mantenendo il saggio di interesse sui prestiti concessi ad un livello costante. Wicksell ipotizza l’esistenza di un saggio di interesse naturale, che riflette le forze reali all’opera nel sistema. Se, per un qualsiasi motivo, si verifica una variazione nel livello del saggio naturale (variazione nelle preferenze, un cambiamento nella tecnologia disponibile ecc), stante la fissità del saggio monetario, si verifica una discrepanza tra il livello dei due saggi di interesse. La differenza tra il saggio monetario, che rappresenta quanto le imprese dovranno ridare alle banche per il prestito, ed il saggio naturale, che, oltre a quanto già detto, in equilibrio rappresenta il saggio di profitto medio, “diviene il motore di un processo inflazionistico che si autoriproduce fin tanto che permane la divergenza tra i due saggi”4. Il modello di Wicksell è costruito esplicitamente al fine di chiarire le cause del processo di variazione del livello dei prezzi ed i meccanismi attraverso cui si riproduce o si arresta; il modello “nella sua incisiva semplicità, è costruito sulla base di ipotesi che hanno il preciso scopo di isolare il fenomeno in esame”5

Ad un certo punto, per un qualsiasi motivo (ad esempio perché la produttività del lavoro è aumentata e il tasso naturale è cresciuto o perché le banche vogliono espandere il credito) il tasso

di interesse monetario è fissato al di sotto del livello di quello reale, cioè si determina i<r.

All’inizio del nuovo periodo di produzione, poiché il livello dei prezzi non è ancora cambiato, gli imprenditori richiedono il consueto finanziamento K per pagare come sempre i salari wN. […]Gli imprenditori debbono infatti restituire un debito, aumentato degli interessi, pari a K(1+i), ma la produzione in loro possesso ha un valore maggiore, cioè è pari a pC(1+r), con pC=K. E’ chiaro che è sorto un extraprofitto di cui si appropriano gli imprenditori dato dalla differenza tra i due tassi.

Chiamando E questo extraprofitto si ha: E= K(r-i) “6

A tal punto è chiaro che l’esistenza di tale extra-profitto spinge gli imprenditori a cercare di espandere le loro attività produttive, aumentando gli investimenti nella produzione. Le banche, dal canto loro, non hanno problemi ad accogliere la richiesta di nuovi finanziamenti che ritornano loro indietro sotto forma di nuovi depositi. Stante il fatto che in questo modello siamo in una situazione di pieno impiego, non è possibile aumentare facilmente la produzione, e la maggior domanda in termini di beni e in termini di lavoro si scarica sostanzialmente sui prezzi, generando un processo inflattivo.

Wicksell mette in evidenza che le banche non sono in alcun modo obbligate a portare i tassi monetari al livello del tasso naturale; e questo fa si che il processo inflattivo possa andar avanti anche a lungo.

Torniamo allora ad evidenziare come, per quanto Hayek nella prima lezione di Prezzi e Produzione apprezzi il contributo di Wicksell “quello che io definirei il quarto dei principali stadi del progresso della teoria monetaria è stato in parte costruito sulle fondamenta poste da Wicksell”7, in realtà è fortemente criticato su un punto: nel modello cumulativo l’espansione monetaria fa variare solo il livello generale dei prezzi: i finanziamenti forniti dalle banche agli imprenditori non fanno cambiare le scelte delle tecniche produttive, e la struttura rimane inalterata. Per Hayek è invece centrale andare ad indagare come l’espansione monetaria vada a modificare i prezzi relativi, e quindi incentivi gli imprenditori a produrre un bene piuttosto che un altro, a produrre beni consumo piuttosto che beni di produzione “basta riflettere perché appaia ovvio che quasi ogni cambiamento nella quantità di moneta, qualunque sia la sua influenza sul livello dei prezzi, deve sempre influenzare i prezzi relativi. E poiché non vi può essere dubbio che siano i prezzi relativi a determinare volume e direzione della produzione, quasi ogni cambiamento nella quantità di moneta deve necessariamente influenzare anche la produzione”8.

Wicksell era però consapevole di quanto le ipotesi da lui adottate fossero lontane dalla realtà, e che nella pratica il movimento dei prezzi descritto si sovrappone ad altri movimenti, indipendenti, dei salari di natura dissimile se non opposta. E non manca di indicare, seppur in modo fuggevole, la via da seguire qualora le ipotesi venissero rilassate. In un passo di “Interessi e Prezzi” infatti dice “è nel potere delle istituzioni creditizie, che agiscono in cooperazione con gli imprenditori, di determinare l’orientamento della produzione e conseguentemente il periodo d’investimento del capitale […] nella realtà concreta, come risultato di una facilitazione nelle condizioni del credito la produzione tenderà ad essere modificata in modo tale che la lunghezza media del periodo d’investimento del capitale risulterà accresciuta”9

Ma oltre questi pochi cenni Wicksell non spinge la propria analisi. Ed è’ certamente merito di Hayek, come fa notare Marina Colonna, l’aver richiamato l’attenzione sui pochi passi che Wicksell dedica all’influenza del credito sulla produzione. Ma tale strada era ancora tutta da percorrere, ed a farlo sarà lo stesso Hayek.

Siamo ora pronti per analizzare la teoria del ciclo di Hayek

1Wagner R.E., 2007, Knut Wicksell and Contemporary Political Economy, pg 16 (traduzione dall’inglese)

2Baron H, 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek, pg 6

3Baron H, 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek, pg 6

4Colonna, M 1990, Introduzione a “Prezzi e Produzione:Il dibattito sulla moneta “pg XXXIII

5Colonna, M 1990, Introduzione a “Prezzi e Produzione:Il dibattito sulla moneta “pg XXXIII

6Perri, S, Dispense di Microeconomia 2010/2011: Knut Wicksell: la moneta e l’economia creditizia, il

tasso naturale e il tasso monetario di interesse, pg 12

7Hayek, F A, 1990, Prezzi e Produzione, pg 31

8Hayek, F A, 1990, Prezzi e Produzione, pg 32

9Wicksell K, Interessi e Prezzi, pg 295

Il dominio dello stato leviatano

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C’è un fatto che negli ultimi tempi mi sta dando non poco da pensare; mi sto poco a poco rendendo conto che talune contrapposizioni, di natura perlopiù politica, che ho sempre considerato come sostanziali, hanno natura tutto sommato illusoria. Destra e sinistra, liberalismo e socialismo, capitalismo e anti-capitalismo: tutte categorie in base alle quali ero solito orientarmi, e relazionarmi alle posizioni altrui, sono, a mio avviso, categorie che, più che agevolare la comprensione del reale, la limitano, impedendo, di fatto, un’appropriata decodificazione delle dinamiche e delle situazioni che ci troviamo di fronte. Per quanto, come brevemente cercherò di mostrare, abbiano perso capacità esplicativa, esse continuano a vivere nella mente delle persone. La mia idea è che esse vanno a soddisfare un bisogno di identificazione e, corrispondentemente, di esclusione; soddisfano l’innata tendenza alla faziosità, al campanilismo; soddisfano l’esigenza di pensare il mondo per estremi, per contrapposizioni: bianco e nero, guelfi e ghibellini, comunisti e fascisti. Da un lato quelli come noi, dall’altro quelli diversi da noi; da un lato i miei amici, dall’altro i miei nemici. Soddisfano, infine, l’esigenza, connaturata alle dinamiche clientelari dell’attuale sistema democratico, di ricevere (e concedere, se ci poniamo dal lato dei partiti) favori, concessioni, sussidi e risorse nel momento in cui il nostro gruppo di riferimento arrivi a prendere il potere.

Nell’uomo esiste una manifesta propensione alla partigianeria. Sembra quasi che se non ci si schiera, se non si tiene per una parte piuttosto che per un’altra, non si venga percepiti. Tale fenomeno lo si osserva fin dalle età più tenere. Pensate a quanto forte è tra gli adolescenti: essere di destra piuttosto che di sinistra, vestire in un modo piuttosto che in un altro. Essere una “zecca” o un “fascio”, come si dice a Roma; uno che frequenta certi posti, certa gente, piuttosto che altri posti ed altre persone. Da un lato questo è un meccanismo di identificazione: serve a chi ci incontra a capire cosa si trova di fronte; a diminuire il rischio dell’ignoto; se sai che persone frequento, quali sono le mie idee politiche, e così via, allora è più facile inquadrarmi. Dall’altra funge come meccanismo escludente: se non sei della mia parte, allora sei della parte avversa. Il mondo, le aspettative collettive, ci chiedono di militare; si aspettano il nostro esser faziosi; ed è difficilissimo sottrarsi a tale aspettativa, tanto più quando si è giovani, quando si è come un vaso vuoto che non aspetta altro che esser riempito. In quel periodo in cui, noi stessi ignari del “chi si è”, ci si illude di definirlo attraverso l’affiliazione, la militanza, il far parte di qualcosa di più grande di noi, che diventa così a pieno titolo parte integrante della nostra identità. D’altronde è un meccanismo che affonda nella notte dei tempi, al punto da esser insito nel nostro esser uomini; non far parte d’un gruppo, d’una tribù, nei tempi antichi corrispondeva ad andare incontro a morte quasi certa; non si poteva sopravvivere (o era comunque molto difficile) senza l’affiliazione e il sostegno d’un gruppo. È innaturale far parte a sé.

Tale tendenza non è però scevra da problemi: l’aderire ad un gruppo, lo sposarne gusti, atteggiamenti, pensieri e modi di vedere la vita, se ad un certo punto della vita può fungere da puntello alla nostra identità, col passare del tempo rischia di tramutarsi in un intralcio, in una sorta di vestito oramai troppo piccolo, che mal si adatta alla figura. Tuttavia molte persone preferiscono tenersi un vestito palesemente inadeguato, piuttosto che buttarlo a mare, decidendo di ritagliarsene uno su misura. Parlando fuori di metafora, ciò che voglio sostenere è che l’individualità è gravemente ostacolata dall’aderire pedissequamente, e per troppo tempo, alle tesi d’un gruppo (di qualsiasi gruppo si stia parlando). Diventare compiutamente individui significa avere il coraggio di rinunciare alle facili contrapposizioni partigiane, ma significa anche tradire, rinnegare la parte per cui si è militato. Con il rischio, se la militanza per quel gruppo era percepita come parte di noi stessi, di percepire il tradimento come tradimento verso se stessi. Significa rendersi conto che la logica secondo cui noi, e quelli come noi, sono quelli buoni, quelli che hanno capito; mentre gli altri sbagliano e non hanno capito nulla, è una logica deficitaria. Ma alla quale è impegnativo sottrarsi. E’ difficile anche perché, se la collettività ragiona in base a contrapposizioni perlopiù binarie, se ti opponi ad A, allora sei classificato ceteris paribus come sostenitore di B; e viceversa.

Anche per l’esistenza di tale robusta impostazione, è divenuto arduo accorgersi che i partiti che si sono nell’ultimo secolo fatti portatori di istanze, in origine anche distanti, a conti fatti hanno agito esattamente nella stessa direzione, differenziandosi, per motivi di marketing, solo a livello di retorica.Tutti hanno spinto verso l’edificazione d’uno stato sempre più grande, sempre più invadente, sempre più totalitario. I dati sull’incidenza del peso dello stato sul Pil in tutte le nazioni del mondo sviluppato sono li a dimostrarlo; tutti hanno, infine, scorto nello stato un modo per rafforzare il proprio potere.

Ancora oggi pensiamo che esser di destra o di sinistra costituisca un porsi su due punti idealmente distantissimi, espressioni di interpretazioni divergenti del mondo. Ma è sufficiente ascoltare senza preconcetti quel che dicono da un lato i militanti di Casa Pound, dall’altro i militanti d’un qualsiasi centro sociale di sinistra, per rendersi conto che dicono esattamente le stesse cose. In forma meno estrema basterebbe sentire i comizi d’un Bertinotti, e d’uno Storace, per rendersi immediatamente conto di quanto le loro posizioni siano largamente similari. In casi come questo non solo ci troviamo di fronte a formazioni politiche che, quando si sono trovate a dover gestire il potere hanno agito esattamente nella stessa direzione: abbiamo di fronte formazioni che si dichiarano antitetiche, ma che dicono le stesse identiche cose. E neanche questo basta a palesare, agli occhi dei più, quanto il re sia nudo.

Un po’ più sofisticate appaiono le formazioni principali dell’attuale panorama politico italiano, quali PD e PDL; che perlomeno tentano di marcare le reciproche differenze, diversificando lo stile comunicativo. Ma anche qui, basterebbe un po’ d’analisi storica per rendersi conto di quale balla totale si tratti. Nel 1852 un Marx particolarmente lucido scriveva: “come nella vita privata facciamo distinzione tra quello che una persona pensa e dice di sé stessa e quello che essa realmente è e fa, così nelle lotte politiche occorre distinguere ancor più le enunciazioni e i bei discorsi dei partiti da quello che è il loro reale essere e i loro reali interessi, la loro concezione di sé stessi dalla loro realtà” .

Politici di destra come di sinistra, liberali e socialisti, pro-mercato e contro il mercato, tutti (fuori di qualche sparutissima eccezione) hanno contribuito all’edificazione del regime contemporaneo; e ancor di più dell’uomo contemporaneo, ridotto al rango di consumatore imbelle, che non a torto Marcuse non esitava a definire “ad una dimensione”. Ideologie come liberalismo e socialismo che, seppur in divergenza su taluni punti, in origine miravano all’emancipazione dell’uomo; che cullavano valori come l’autonomia, l’autogoverno, la cooperazione e il libero scambio, hanno subito un pervertimento totale ad opera dei politici che se ne sono fatti interpreti; sono riusciti a piegare tali concezioni ai loro voleri al punto da trasformarle in ideologie a supporto della macchina statale:  “Nella realtà dei fatti, da lungo tempo, liberalismo e socialismo non sono altro che due foglie di fico ideologiche che servono a dare una parvenza di nobiltà intellettuale allo stato e a coprire gli esponenti politici delle due ideologie mentre rubano a piene mani, con la destra e con la sinistra, nascondendosi dietro un presunto interesse pubblico.” (Fonte)

Statalismo e nazionalismo sono gli ombrelli sotto cui si sono accomodati i partiti di tutti i segni e colori; e nemmeno i clamorosi esiti in termini di crisi, guerre, stermini di massa e quanto altro gli stati di tutto il mondo hanno conseguito nell’ultimo secolo, sono serviti a minare la fede nell’ultimo vero oggetto sacrale rimasto all’uomo contemporaneo: lo Stato. Facendo mostra a  ritmi alterni del volto feroce, come del volto benevolo; riuscendo, grazie alle leve della scuola di stato, delle burocrazie e degli apparati amministrativi, degli intellettuali, a convincere tutti che senza stato non v’è salvezza; che senza stato si cade nell’anarchia, nell’homo homini lupus, nella lotta di tutti contro tutti; che solo mediante esso si può far fronte ai problemi che, di volta in volta, ci troviamo ad affrontare; che la soluzione alle crisi economiche è, guarda caso, un più massiccio intervento dello stato. E non è un caso se, ad ogni episodio di crisi verificatosi nell’ultimo secolo, lo stato ha colto la palla al balzo al fine d’estendere i propri poteri, e per diminuire, contestualmente, lo spazio di libertà ed autodeterminazione delle persone; successe nel ’29, cui si rispose con il New Deal; successe con le guerre mondiali, durante le quali lo stato si trovò ad aumentare il proprio controllo sulla società e la propria produzione a fini bellici, senza poi tornare ai livelli antecedenti; è successo dopo l’11 settembre, con la sospensione di diritti che sembravano indisponibili, ed acconsentendo a violazioni della privacy, in nome della sicurezza, impensabili fino a qualche tempo fa.

E non ci si faccia ingannare dall’apparente svolta neo-liberale a cavallo tra anni 80 e 90, portatrice  di apparenti misure liberali quali liberalizzazioni, privatizzazioni, deregolamentazioni e quanto altro; non sono infatti queste misure tali da aver realmente intaccato il potere di stato (al più ne hanno momentaneamente frenato l’espansione); più verosimilmente lo hanno rimodulato; invece che occuparsi in prima persona della produzione della gran parte dei servizi, come negli anni ’60 e ’70, si è deciso di appaltarla, in modo da aumentare la produttività, limitandosi poi a fungere da esattori di quanto prodotto, mediante il prelievo fiscale; si sprona le mucche a mungere sempre più latte, e poi glielo si sottrae: “In altre parole, la nuova concezione del ruolo dello stato è quella di lasciare più spazio all’economia perché lavori (quasi) indisturbata in modo che produca beni e servizi in quantità crescente. L’obiettivo è quello di drenare risorse da un apparato produttivo più efficiente attraverso un elevato prelievo su beni e servizi (in Europa l’imposta sui consumi va mediamente dal 15 al 20% del prezzo finale). Le risorse così assorbite sono quindi utilizzate per pagare i servitori dello stato, per assistere, per quanto possibile, alcune categorie di sudditi dello stato, e per proteggere i governanti da quelle che sono ritenute minacce all’interno e dall’esterno (dissidenti, immigrati, minoranze).“ (Fonte)

L’unico che, recentemente, sia andato vicino a dichiarare il re nudo in pubblico è stato Grillo, quando ha detto, nei suoi soliti “civilissimi toni”, che i partiti sono tutti uguali, che fanno tutti le stesse cose, ed al fondo pensano anche le stesse cose. L’ unica differenza riscontrabile tra i diversi partiti è nei gruppi che poi si ritrovano ad esser beneficiati della ascesa al potere del partito X piuttosto che Y.

Distinzioni false, di facciata; che, pur tuttavia, per i motivi che abbiamo sopra espresso, continuano a sussistere, a condizionare l’agire e il pensare delle persone; complice una situazione materiale ben definita, ma complice anche la struttura mentale dell’uomo, spontaneamente portato a ragionare per contrapposizioni elementari. Ciò lo si evince, ad esempio, dai proclami dei supporters dei vari gruppi/partiti, che da un lato continuano a inveire contro il capitalismo o contro il liberismo. Senza rendersi conto che il capitalismo originario si è nel tempo trasformato in qualcosa di estremamente diverso, sino a snaturarsi del tutto; che è molto più correttamente descrivibile con il termine di neo-mercantilismo, stante la realtà che abbiamo quotidianamente di fronte; non è un caso che in situazioni di difficoltà e crisi economica, si richieda che proprio lo stato debba far qualcosa. Perché è precisamente lui, e le sue nuove incarnazioni sovranazionali, l’attore protagonista di questo film dell’orrore nel quale viviamo.
Così come i (pochi per la verità) supporters delle idee liberali, che se la prendono con le idee socialiste, non avvedendosi di quanto l’attuale sistema abbia ben poco a che spartire con le originarie idee dei padri del socialismo, quali Charles Fourier,  Robert Owen, Proudhon, ed in parte lo stesso Marx; non s’avvedono che le originarie aspirazioni di questi pensatori non miravano al rafforzamento del potere totalitario di stato (anche se Marx contribuì non poco nel far affermare un tale tipo equivoco); tali socialisti classici erano favorevoli alla produzione industriale ed al libero scambio, favorevoli al godimento della proprietà da parte di tutti, favorevoli all’emancipazione materiale e intellettuale di tutti gli individui. Erano convintamente internazionalisti, contro le barriere doganali per merci e persone, convinti che con lo scambio e la cooperazione si sarebbero conseguiti livelli di pace e di benessere più elevati per tutti. Tutti obiettivi traditi dai successivi sviluppi; tutti obiettivi, infatti, inesorabilmente  in contrasto con il rafforzamento dei singoli stati, interessati al proprio consolidamento, ed in lotta con gli altri stati prima militarmente, ed oggi economicamente.

Come il liberalismo padronale costituiva un pervertimento delle originarie idee liberali, così il socialismo autoritario, che ha creduto di poter emancipare l’uomo servendosi del potere statale, ha costituito un pervertimento degli antichi ideali socialisti. Ideali rinnegati da ambedue le parti; parti in ultima istanza concordi nella volontà consolidare il proprio potere sulla società; concordi nell’estrarre più risorse possibili da indirizzare in clientele e sostegni elettorali; uguali nella sostanza, diversi quanto diversi possono essere un jeans della Levi’s e della Diesel; pura diversità di facciata.

Se le contrapposizioni, come spero di aver mostrato, sono fittizie, la prima cosa da fare è smettere di parteggiare per gli uni piuttosto che per gli altri; ogni volta che si parteggia, che si partecipa al circo democratico/elettorale, si manifesta un implicito consenso verso la vera ideologia sottostante, di cui tutte le parti in causa, senza esclusione, sono espressione: lo statalismo. Destra e sinistra, capitalisti e anticapitalisti, liberali e socialisti, sono lati di uno stesso dado: lo stato.

Opporsi all’una piuttosto che all’altra; parteggiare per l’una piuttosto che per l’altra, significa parteggiare per lo stato; e, quindi, contro le persone, contro la libertà, contro la creatività e l’innovazione. Misure apparentemente liberali come privatizzazioni e liberalizzazioni, hanno avuto la conseguenza di mantenere meglio di prima a galla questo mostro, illudendo le persone circa una maggiore libertà di azione; e se questo significa esser liberali, allora io non lo sono, e non posso più dichiararmi tale. Allo stesso tempo spero che gli amici socialisti si rendano conto che le politiche, che per tanti anni sono state portate avanti dai partiti di sinistra, nulla hanno a che spartire con l’originario contenuto cui alludevo prima.

Se come me trovate insostenibile la situazione nella quale siamo precipitati, risulta evidente che è impossibile parteggiare per una parte o per l’altra. E’ invece necessario fuoriuscire dall’empasse delle false contrapposizioni, iniziare a pensare al di là di queste, rinunciando alla naturale tendenza alla faziosità ed al campanilismo, permanendo nella quale non facciamo altro che alimentare quel che invece dovremmo osteggiare.

Tratto da http://thefielder.net/

Donne ed ironia

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C’è un concetto che ultimamente è molto di moda, al punto da rasentare il luogo comune. Mi riferisco alla famosa risposta che spesso danno le donne, interrogate su quali caratteristiche dovrebbe avere il proprio uomo ideale; ed immancabilmente esce fuori “ironia ed autoironia”. La mia sensazione è che se sapessero davvero cos’è l’ironia applicata a se stessi, e soprattutto che tipo di conseguenze ha, se ne uscirebbero con un “vade retro”

L’autoironia è infatti l’antitesi di robe come serietà, passionalità, decisione, convinzione ecc; tutti concetti altrettanto importanti.

Un uomo autoironico è un uomo che non va mai fino in fondo; perchè il fondo lo spaventa, teme di annegare, e quindi preferisce le superfici; preferendo l’ esprit de finesse all’esprit de geometrie non sarà mai un uomo dall’unica passione; si dividerà in mille attività, mille rivoli, mille amori;che tutto studierà, per non studiare fino in fondo nulla (l’orrore del tecnico, dell’uomo specializzato); che tante ne amerà, ma chissà se mai ne amerà davvero, in modo totale, esclusivo, e senza appello una; certamente amerà, ma sempre con la sensazione del provvisorio, sapendo che probabilmente finirà, e che alla fine non sarebbe manco un dramma; ben sapendo, che neanche il dolore più atroce dura.

L’uomo auto-ironico è un uomo obliquo, che sembra essere in luogo, ma, per l’appunto, sembra solo; probabilmente è altrove, dove non lo immaginate. Si tiene sempre un qualcosa di non detto, probabilmente mente, ma non perchè è un mentitore di professione, ma per il gusto di truccare un po’ le carte; per non dare indizi troppo veritieri, e schiaccianti sul proprio conto.

E ora immaginatevi Socrate, l’uomo più ironico di tutti; immaginatelo che torna a casa, e trova Santippe a letto con un altro; secondo voi come reagirebbe? Quanto sarebbe ridicolo se si incazzasse e facesse una scenata? Quanto è poco ironica la gelosia? Con ogni probabilità scoppierebbe in una enorme risata, e subito raggiungerebbe Fedro o altri imbastendo rapidi un dialogo sulla provvisorietà delle cose, sul destino beffardo, o robe del genere.

Attente a desiderare l’ironia, perchè potreste finire con l’averla; e non so se vi piacerebbe sul serio

Bohm-Bawerk e la struttura intertemporale del capitale

Bohm-Bawerk accoglie il nuovo tipo di impostazione data da Menger alla teoria economica; da un lato riprende l’idea d’una produzione che si sviluppa nel tempo, dall’altro la differenza tra beni in grado di soddisfare in modo diretto i bisogni (beni di consumo, o beni del primo ordine) e beni in grado di soddisfarli in maniera indiretta (beni di capitale, o beni di ordine superiore); su questi costruisce la sua teoria del capitale.

Noi non esporremo la teoria di Bohm-Bawerk nella sua interezza, che in sé risulta una teoria economica compiuta in tutte le sue parti; ci limiteremo ad esporre due concetti, che Hayek riprende e su cui costruisce la teoria del ciclo economico: il periodo di produzione, e la cosiddetta legge della maggior produttività dei metodi di produzione indiretti (more roundabout method of production).

Bohm-Bawerk parte da una domanda: in quali modi l’uomo può utilizzare le forze produttive di base (lavoro e terra) al fine di realizzare dei beni? Fondamentalmente può combinarli in due modi. Il primo è di combinarle tra loro in modo che il bene sia il risultato immediato di questa combinazione.

Il secondo è usare una via indiretta (roundabout way) e, con quanto inizialmente a sua disposizione, realizzare un primo bene, e dopo, con l’ausilio di questo, ottenere il bene finale desiderato.

Tra i tanti esempi che ci fornisce Bohm-Bawerk c’è quello del pescatore: egli può procurarsi dei pesci in maniera diretta semplicemente pescando i pesci con le mani; può procedere in maniera indiretta, dotandosi prima d’una canna per pescare, e solo dopo cimentarsi nell’attività di pesca; oppure può procedere in maniera ancora più indiretta, costruendo una barca e una rete da pesca; in questo ultimo modo avrà la possibilità di aumentare ancora la resa del suo lavoro (la produttività), sopratutto a confronto del modo diretto.

A mano a mano che aumenta la distanza tra l’iniziale applicazione del lavoro e l’ottenimento dei beni desiderati, e quanto più aumentano i beni “intermedi”, tanto più le tecniche utilizzate si fanno capitalistiche:

L’adozione del metodo capitalistico di produzione produce due conseguenze, una positiva, l’altra negativa. Il lato positivo consiste nella più elevata produttività tecnica di questo metodo. Con un eguale impiego di forze produttive primarie si può produrre una quantità maggiore di beni (o la stessa quantità ma di qualità migliore) tramite un’accorta scelta del metodo capitalistico rispetto a quanto si può ottenere con la produzione diretta (non assistita). Il lato negativo è relativo al sacrificio di tempo. I metodi capitalistici o indiretti sono convenienti in termini di risultati ma sono lunghi; danno luogo a quantità maggiori (o identica quantità ma di migliore qualità) ma solo dopo un certo periodo di tempo”1

Il processo è inteso, quindi, in senso direzionale: partendo dai fattori originari, lavoro e risorse naturali, si procede in avanti e, passando attraverso la realizzazione dei prodotti intermedi, si giunge ai beni di consumo. Tanto maggiore è la quantità di prodotti intermedi, tanto più numerosi sono gli stadi attraverso cui i beni devono transitare per arrivare alla stadio del consumo, tanto più tempo è necessario per la conclusione del processo produttivo; la struttura che ne risulta è allungata, e quindi a maggiore intensità capitalistica.

Il modo in cui Bohm-Bawerk cerca di misurare tale lunghezza della struttura produttiva è il periodo medio di produzione. Tale concetto sarà sottoposto ad innumerevoli critiche, a cominciare da quella classica del professor Knight..Lo stesso Wicksell, grande estimatore di Bohm Bawerk, di cui riprenderà la teoria del capitale, sviluppandola e dandole una veste formale, mise in mostra che il periodo medio di produzione sarebbe potuto esser accettato come corretta unità di misurazione solo qualora si fossero dati come assunti: un unico fattore di produzione (ma lo stesso Bawerk ne individua due), l’inesistenza di preesistente capitale fisso (bisogna cioè intendere tutto il capitale come capitale circolante), e l’utilizzo di tassi di interessi semplici (e non composti).

Hayek utilizzò per qualche tempo la nozione di periodo medio di produzione (in Prezzi e Produzione, ad esempio, la utilizza largamente), per poi abbandonarla definitivamente nell’ultima sua vera e propria opera economica, The Pure Theory of Capital(1941).

In «The Mithology of Capital» Hayek definisce il periodo medio di produzione «un’astrazione senza senso che ha poco o nulla a che vedere col mondo reale».2

Ma procediamo con un esempio: si ponga l’esistenza d’un solo fattore produttivo, il lavoro: “In questo caso il periodo medio di produzione è calcolato nel seguente modo: ogni unità di lavoro utilizzata nel processo produttivo viene moltiplicata per il lasso di tempo che intercorre tra la sua iniziale applicazione ed il completamento del processo. Le unità di lavoro, così contabilizzate, sono poi sommate tra loro, ed il risultato diviso per il numero di unità di lavoro applicate. Se, per esempio, 3 unità lavorative sono applicate 2 unità periodali di tempo e 2 unità lavorative 1 unità periodale di tempo prima che il bene di consumo sia completato, allora il periodo medio di produzione si calcola [(3×2) + (2×1)]/ 5 = 1,6 “3

E’ piuttosto chiaro che calcolando in questo modo, le unità più lontane nel tempo influenzano la lunghezza del periodo medio di più rispetto a quelle applicate per meno tempo.

Di fatto Bohm-Bawerk postula una proporzionalità diretta tra periodo medio di produzione e rendimento della produzione stessa: al crescere del periodo medio, aumenta anche il rendimento (seppur a tassi decrescenti). E’ questa la “legge del maggior rendimento dei processi produttivi più lunghi”.

Wicksell dedica una parte dei suoi “Saggi di Finanza Teorica” alla teoria del capitale di Bohm-Bawerk:

Il punto centrale della dottrina di Bohm-Bawerk risiede nella premessa, che un aumento della produttività media del lavoro impiegato è sempre possibile con una opportuna introduzione di lavoro preparatorio, ciò che equivale ad un allungamento del periodo medio di investimento (n.a. Wicksell preferisce parlare di periodo medio di investimento, mutuando l’espressione da Jevons, piuttosto che di periodo medio di produzione) del capitale impiegato.

Quest’affermazione era intesa naturalmente non soltanto nel senso che una quantità maggiore di lavoro produce di più, ma in quello più vasto che una medesima quantità di lavoro, ripartita uniformemente su di un maggior periodo di tempo, risulterà più produttiva di quanto non lo sia la medesima quantità di lavoro applicata ad un processo produttivo più breve del medesimo tipo, o addirittura ad una produzione immediata che non richieda capitali”4

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La legge di Bohm-Bawerk cui sopra è valida per ogni punto di tempo. Non viene negata la possibilità del progresso tecnico, il cui effetto è di accorciare il periodo medio di produzione; ma considerando come dato il livello tecnico, in ogni istante dovranno esistere una serie di tecniche di produzione che, a causa della maggiore lunghezza, garantirebbero un rendimento maggiore di quelle in uso. In questo caso è il livello del tasso di interesse a determinare la convenienza ( e quindi l’applicazione) di una determinata tecnica a maggiore intensità capitalista. Bohm Bawerk ripete più volte che tale legge non può essere desunta logicamente da una serie di assunti; ed ammette anche l’impossibilità concreta di misurare il periodo di produzione. Pur non potendo dimostrare la validità della legge, nondimeno la suffraga con tutta una serie di esempi e di argomenti (per i quali rimandiamo all’opera originale di Bohm-Bawerk). Di questi argomenti uno ci interessa particolarmente, e lo troviamo nel quarto capitolo del secondo libro di “The Positive Theory of Capital”. Qui Bohm-Bawerk dice che la sua legge non è altro che una particolare interpretazione dell’invece generalmente accettata tesi secondo cui la produttività del lavoro aumenta quando aumenta il capitale con cui viene combinato. Per Bohm-Bawerk parlare di incremento di capitale per lavoratore equivale a dire che si adottano tecniche di produzione più lunghe, più indirette. Chiaramente non viene affermato che un incremento del 10% del capitale per lavoratore equivale ad un allungamento del 10%; più verosimilmente si richiede che quando aumenti il rapporto capitale per lavoratore, la lunghezza del periodo produttivo sociale (globalmente inteso) aumenti. Bohm-Bawerk giustifica questa affermazione con un’ analisi del processo di risparmio:

Con una forza lavoro data, il risparmio aumenta lo stock pro capite di capitale diminuendo la domanda di beni di consumo, e spostandola verso i beni di produzione. Il lavoro risulta così riallocato dalla produzione di beni di consumo verso stadi più lontani dal consumo, verso la produzione di beni capitale; il che non vuol dire niente altro che un allungamento del periodo medio di produzione”5

Un aumento nel risparmio, al quale fa da contraltare la diminuzione del consumo, provoca una maggior disponibilità di fondi disponibili; data la domanda, il prezzo di questi (il tasso di interesse) tende a scendere. In Bohm-Bawerk v’è quindi un collegamento diretto tra il livello del tasso di interesse, e le tecniche produttive scelte; a seconda del livello del tasso di interesse, si modifica la convenienza ad adottare delle tecniche a maggiore o minore intensità capitalistica, si modifica la lunghezza del periodo medio di produzione.

Se indichiamo con y il prodotto in termini di beni di consumo per unità di lavoro e il periodo medio di produzione con τ, possiamo esprimere le scelte tecnologiche possibili sotto forma della seguente funzione di produzione temporale:

y = f ( τ) con dy / dt > 0 d2y/d2t < 0

funzione crescente a tassi decrescenti. Alla funzione di produzione è associata una relazione corrispondente tra saggio di salario reale, w, cioè salario espresso in unità del bene di consumo, e tasso d’interesse, r:

r=r(w) con: dw/dr <0

La relazione w-r, la curva salario-interesse, è rappresentata nella parte b della fig 1. Quello che si mette in evidenza qui è una relazione inversa tra saggio di salario reale e tasso di interesse; ed il che si spiega con l’idea che ogni diminuzione del saggio di interesse determina, ceteris paribus, un aumento relativo del saggio di salario (e viceversa), e quindi una convenienza a sostituire il lavoro con il capitale, ora meno costoso; cioè ad un allungamento della struttura produttiva.

1von Bohm Bawerk, E. 1889 Positive Theory of Capital pg 82 (traduzione dall’inglese)

2Hayek, F, 1936, The Mithology of Capital, Quarterly Journal of Economics, 1936, vol. 50, n. 2, p. 200

3 Lutz F, 1968, The Theory of Interest, pg 4 (traduzione dall’inglese)

4Wicksell K, 1934, Saggi di Finanza teorica, pg 32

5Lutz F, 1968, The Theory of Interest, pg 9 (traduzione dall’inglese)

Cenni su Carl Menger e il soggettivismo

Carl Menger è universalmente ricordato nella storia del pensiero economico come il fondatore, accanto a Jevons e Walras, della teoria marginalistica del valore: “E’ noto che molti studiosi collegano la scoperta simultanea negli anni ’60 (n.d.a dell’800) da parte di Jevons, Menger e Walras del principio dell’utilità marginale con il nuovo indirizzo dell’analisi economica […] è attraverso questa ricerca che i tre, ognuno per differenti vie ed ignorando il lavoro degli altri, giunsero quasi contemporaneamente alla formulazione, prima della teoria dell’utilità marginale, e, poi, quella della produttività marginale. Dalle due teorie discese l’applicazione del marginalismo alla legge della distribuzione da cui la nuova impostazione logica dei prezzi relativi dei fattori di produzione, terra, capitale e lavoro”1.

Quel che non sempre viene ricordato è che Menger si distinse dagli altri due per aver tentato di erigere l’edificio economico su basi rigorosamente soggettiviste: “L’obiettivo fondamentale di Menger era di costruire l’intera economia partendo dall’essere umano, considerato come attore creativo e protagonista di tutti i processi sociali [… ] A suo avviso lo scienziato dell’economia doveva porsi sempre nella prospettiva soggettiva dell’essere umano che agisce, in modo che tale prospettiva possa gettar luce in maniera determinante sull’elaborazione di tutte le teorie economiche2

Forse una delle manifestazioni più tipiche ed originali del nuovo impulso soggettivista proposto da Menger è stata la sua «teoria sui beni economici di ordine distinto»

Qual è il valore dei beni? I beni hanno un valore relativamente alla capacità di soddisfare un bisogno del soggetto che li utilizza. In quest’ottica sia i beni di consumo che i beni di produzione hanno una loro utilità a seconda che il bisogno del soggetto sia la necessità di consumare (e quindi parliamo di un soggetto-consumatore) oppure la necessità di produrre un bene (e quindi parliamo di un soggetto-imprenditore). “Il pane che mangiamo, la farina con cui si fa il pane, il frumento da cui si ricava la farina, il campo che produce il frumento, tutte queste cose sono beni, cioè cose che servono a soddisfare un bisogno […] Il posto che che ciascuno di questi beni occupa in relazione alle nostre finalità non è uguale per tutti: in relazione al bisogno di pane essi hanno una funzione più o meno diretta3.

Menger introduce quindi una gerarchia tra i beni (arbitraria quanto si vuole, ma ispirata ad un criterio, e che dobbiamo comprendere per capire quanto diremo poi sul ciclo economico) relativamente alla loro capacità di soddisfare più o meno direttamente i bisogni dei soggetti: i beni che soddisfano direttamente i bisogni, siano essi di natura materiale (cibi, bevande, vestiti ecc.) o immateriali (musica, letteratura, arte ecc), sono quei beni che possono essere usati (o se si vuole, consumati) immediatamente: “Questi beni possono soddisfare direttamente i nostri bisogni e li chiameremo beni di primo ordine”4

I beni di consumo sono quindi i beni del primo ordine; beni che soddisfano la finalità in modo diretto, non mediato. Questo non vuol dire che le altre tipologie di beni non abbiano valore, o non siano beni economici; non sono destinati a soddisfare i bisogni in maniera diretta, ma hanno non meno dei beni di primo ordine il carattere di beni.

Prendiamo come esempio di bene del primo ordine il pane: i beni necessari alla sua produzione, quali la farina, il forno, il combustibile e i vari arnesi per la fabbricazione del pane non servono alla soddisfazione diretta dei bisogni, ma hanno valore in quanto sono usati per realizzare il bene del primo ordine, e quindi indirettamente soddisfano il bisogno di consumo: “Lo stesso avviene per migliaia di altre cose che […] servono alla produzione di beni del primo ordine e sono atte a soddisfare indirettamente i suoi bisogni. Chiameremo queste cose beni di secondo ordine”5.

E’ chiaro che con i beni del secondo ordine non esauriamo le tipologie di beni, ma a seconda della distanza dai beni del primo ordine avremo beni di ordine tanto più elevato (beni del terzo ordine, del quarto ecc).

L’espressione beni di ordine superiore non rende forse immediatamente il concetto, e sarebbe maggiormente corretto parlare di beni di ordine più volte mediati (in relazione alla soddisfazione diretta dei bisogni), in quanto necessitano di un certo numero di passaggi prima di giungere allo stadio del consumo; ma è questa un’espressione poco felice, e continueremo ad utilizzare la terminologia utilizzata in seguito da tutti gli autori di scuola austriaca: beni di ordine superiore o inferiore. E’ bene ricordare che il carattere dei beni non è una caratteristica propria del bene; non è a causa delle proprietà del tale bene che questo risulta essere del secondo piuttosto che del terzo ordine; la sua posizione dipende unicamente dal soggetto che decide di utilizzarli in quel modo, trovandone l’impiego profittevole; potremo trovare lo stesso bene in posizioni del tutto diverse a seconde dell’impiego che di quel bene il soggetto decide di fare.

La struttura produttiva è quindi concepita come divisa in una serie di stadi, dagli stadi più lontani dal consumo procedendo via via fino ad arrivare allo stadio del consumo: “Il procedimento attraverso il quale i beni di ordine superiore vengono gradualmente trasformati in beni di ordine inferiore fino a poter soddisfare direttamente i bisogni umani è il risultato sia dell’attività dell’uomo che di un processo causale. Ma l’idea di causalità è inseparabile dall’idea di tempo. […] I periodi di tempo che le varie fasi di questo processo richiedono possono essere in certi casi anche brevissimi, e il progresso della tecnica e degli scambi tendono ad accorciarli ancora di più, tuttavia rimane il fatto che una produzione senza impiego di tempo è inconcepibile”6

Se quindi i beni del primo ordine sono in grado di soddisfare immediatamente i bisogni, i beni di ordine superiore permettono la medesima utilizzazione solo dopo un certo lasso temporale, che può essere più o meno lungo a seconda delle circostanze: “I beni di ordine superiore non acquistano e conservano il loro carattere di beni in relazione ai bisogni del presente, bensì in previsione di bisogni di un futuro più o meno lontano”7

Riassumendo quanto detto finora possiamo dire che una struttura produttiva ricca di beni di ordine superiore,che diventano beni di ordine di ordine inferiore ed infine beni di prim’ordine solo con il passaggio del tempo, è votata alla soddisfazione di bisogni lontani nel tempo

1Franco, G, 2010 Introduzione ai “Principi di Economia Politica” di Carl Menger, pag 14

2De Soto, H 2003, La Scuola Austriaca: Mercato e Creatività Imprenditoriale, pg 38

3Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pg 97

4Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pg 97

5Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pg 98

6Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pg 105

7Menger C, 1871, Principi di Economia Politica, pg 106

Perchè gli economisti e gli uomini liberi (quasi mai) vanno d’accordo

C’è un dato di fatto da registrare: gli economisti quasi mai sono liberali; figurarsi poi libertari. Qualcuno potrebbe chiedersi “come mai?”. A mio avviso c’è un problema all’origine stessa del nome e della disciplina. Il nome originale era economia politica. Tale accoppiata avrebbe fatto accapponare la pelle a chi, a tali termini, aveva dato il senso iniziale (gli amati greci).

L’economia, o oikonomia, era la gestione della casa, quindi della famiglia, delle proprietà, degli schiavi, della moglie e dei figli ecc. La politica era la gestione della città, o polis; stando alla suggestiva ricostruzione della Arendt (in Vita Activa), i due sono poli distanti, dal momento che l’economico è il regno della necessità, cioè di tutto quello che è connesso al lavoro (alla fatica, che non a caso in francese si dice “travail”, che suona molto simile a travaglio; nel sud italia per “fatia” si intende proprio il lavoro); la polis è invece, per eccellenza, il regno della libertà, il luogo ove solo l’uomo diventa tale, confrontandosi sulla pubblica piazza, a mezzo del discorso, con gli altri uomini. La politica è il regno dell’azione e del discorso; il discorso non trova spazio nell’oikonomia, perchè non ci sono dei pari da convincere, ma c’è un rapporto asimmetrico, fondato sull’ordine e sulla violenza. Tutt’altro avveniva nella politica, perlomeno in quel mondo che ha inventato la politica, al tempo di Pericle.

Col tempo l’insegnamento dei greci si è andato a mano a mano perdendo, e la politica ha perso quei caratteri cui qui, brevemente, abbiamo accennato. A partire dal 600 si è venuta a creare questa nuova disciplina, l’economia politica; la quale, stando allo stesso Smith, si prefiggeva di consigliare il sovrano in merito alla gestione delle finanze dello stato; scopo dichiarato, quindi, era quello di ottimizzare tali scelte, in modo che il sovrano non andasse più a tentoni, ma riuscisse ad ottimizzare la propria azione, in modo da procurarsi con facilità risorse. Qui siamo già ad un punto in cui il dissidio tra politica ed economia è svanito, essendo diventata la politica la gestione di una enorme famiglia, ossia l’insieme di tutte le famiglie della nazione; se l’oikonomia era la gestione patrimoniale della singola famiglia, l’economia politica ora diventa la gestione patrimoniale della nazione,intesa come somma di tutte le famiglie; con l’avvento della democrazia la cosa divenne sempre più esplicita, e i politici venivano investiti dell’esplicito mandato di gestire la nazione, come se fosse una famiglia, curandone gli interessi.

Veniamo allora al secondo punto; abbiamo detto che l’economia è una scienza di ausilio al sovrano (o comunque al decisore politico). Ed in questa veste si vedono gli economisti. Vi è in nuce un elitismo tecnocratico non da poco, che con lo svilupparsi della modellistica e delle tecniche matematiche si è fatta sempre più esagerata. Gli economisti infatti, fin dai banchi universitari, sono abituati a ragione sui modelli. Leggono la realtà attraverso i modelli, e prefiggendosi obiettivi da conseguire. Quando c’è un problema, loro si chiedono: come possiamo agire? su quali variabili andiamo ad intervenire?  Perdendo la disciplina ogni contatto con la filosofia morale, vi è rimasto solo il lato tecnico. E, ad ogni questione, si risponde manovrando variabili, si tratti di tasse, o di regolamentazione; ma si ragiona sempre in termini di (ad esempio) “vogliamo più crescita? bene. allora togliamo un po’ di tasse qui, mettiamo degli incentivi da quest’altra parte ecc”. Presupponendo, ovviamente, che la crescita si possa creare a tavolino…

E’ un punto di vista che nasce, per forza di cosa, come tecnicistico e centralistico; perchè si mettono sempre al posto del decisore centrale (che, come gli intellettuali illuministi loro dovrebbero consigliare), e danno consigli su cosa fare, avendo loro studiato, e conoscendo la tecnè appropriata.

Non sono in grado di comprendere le basi della great society (per dirla alla smith, o della società aperta se preferite popper), che non è tale in quanto gestita e pianificata dal centro, ma è diventata tale (portandoci a vertici di benessere e ricchezza, sia morale che pecuniaria) in quanto è una società non diretta davvero da nessuno, ma nella quale le decisioni sono demandate a una serie sterminata di decisori periferici, ognuno dei quali ne sa più di tutti sulla propria condizione, ed è il miglior decisore circa questa. Non capiscono che l’ordine è un “ordine senza piano”, che non è un caos (anche se si spaccia tale idea), ma un tipo di ordine del tutto superiore a quello che le più grandi menti umane, coadiuvate dai più potenti pc, potrebbero mai costruire. Illuministi nell’animo, peccano di hybris, e sono naturalmente portati al costruttivismo; vedono le persone, le imprese, come pedine da manovrare al fine di ottenere certi risultati. Schiavi dei modelli sui quali son cresciuti, non si rendon conto che la realtà è molto più complessa di quel che loro credono.

Non riescono a capire che la società, i mercati, le persone, se la caverebbero tranquillamente (e forse anche meglio) anche senza tutto il loro sapere (dimenticando poi la lezione di pareto, che avvisava i propri studenti “quel che vi insegnerò son poco più che vaniloqui, e la scienza economica che dovrei insegnarvi non esiste”). Dimenticano che le relazioni, economiche e non, tra le persone, son sempre esistite; e esisteranno anche senza tutto il loro sapere. E che gli unici a cui servano gli economisti son proprio i politici, nell’illusione che essi possano fornirgli un sapere grazie al quale conseguire obiettivi (politicamente spendibili) quali una maggior crescita, più giustizia sociale, equità ecc. Pura manipolazione dell’esistente a fini di propaganda elettorale. Questa è la scienza economica. Agli economisti dei principi, delle persone, della libertà, non fotte veramente nulla. Sono i tirapiedi dei politici, non molto altro. I pochi economisti che avevano a cuore la conoscenza dei fenomeni sociali, e la libertà delle persone, sono finiti per esser emarginati. Non servivano al potente di turno. Non servono studiosi che propagandino un messaggio in base al quale ridurre poteri e prerogative dello stato e dei politici. Serve altro. E questi altri vanno in cattedra. Il potere premia chi lo asseconda, punisce chi lo osteggia; semplice. Diffidate degli economisti. Diffidate di chi si arroga un sapere che non esiste. Diffidate di chi gioca sulla vostra pelle “eh, ma abbiamo studiato; solo così si può fare” Si vive benissimo senza loro, secondo me si vivrebbe molto meglio nel caso si levassero dalle palle. Non se ne può più della loro arroganza da strapazzo.

Villiers de l’isle-adam sulla imbecillità del giornalisti

In questi giorni sto leggendo un autore ormai dimenticato ma pregevolissimo, si chiama Villiers de l’isle-adam; uno dei suoi racconti è dedicato al mondo del giornalismo (calcolate che la raccolta dei racconti crudeli uscì nel 1883), e devo per forza copiarvi qualche pezzo, che sono esilaranti, e letteralmente tragicomici.

Nel racconto “Due indovini” villiers mette in scena un direttore d’un giornale intento a spiegare la sua visione del mondo ad un poeta, che finge di voler scrivere su un quotidiano sostenendo d’esser totalmente privo d’ogni talento , e quindi pronto per il successo”aggiungerò signore” interruppe l’aspirante scrittore ” che io, oh! non ho un ombra di talento, sono di un’assenza di talento..magistrale. sono quello che normalmente si chiama <un cretino matricolato>

come! esclama il direttore tremando di gioia – voi sostenete di non aver alcun talento letterario? giovane presuntuoso…vi state solo vantando”“io sono– continua lo straniero con un sorriso dolce- quel che si dice un imbrattacarte scialbo ed arrogante, dotato di idee assolutamente stupide e di una volgarità stilistica di prim’ordine, una penna banale per eccellenza”

“Voi? ma andiamo! ah, fosse vero”

pazientemente quindi il direttore spiega al poeta che non basta fingere di non aver talento; è necessario trasformarsi in un essere privo di ogni intelligenza“il pubblico non legge il giornale per pensare o riflettere, ma per espletare un atto animalesco; come mangiare, o ruttare; vuole essere rassicurato, e riavere sotto forma di escremento il proprio rimastichio intellettuale; non bisogna disturbare la sua eterna siesta con l’insonnia dell’intelligenza”

alle proteste ancora del poeta, il direttore afferma che la mancanza di talento bisogna conquistarsela a prezzo di duro lavoro”ma lo sapete o no, signore, che di questi tempi bisogna essere un uomo specialissimo per non avere alcun talento? che ci vogliono spesso più di 50 anni di lotte, di lavoro, di umiliazioni e di miserie per arrivarci?

Non basta, in sostanza fingersi stupidi, perchè il borghese riesce sempre a scoprire l’intelligenza sotto tutti i travestimenti: bisogna diventarlo sul serio.”ogni giornalista davvero degno di questo titolo deve scrivere di getto qualsiasi cosa gli venga in mente e, sopratutto, senza rileggere! come viene viene! e con idee dovute solo all’umore del momento e al colore politico del giornale. E’ evidente che un buon quotidiano, senza queste premesse, non potrebbe mai uscire! Non si può certo perdere tempo a riflettere su quel che si dice, quando il treno per la provincia aspetta i nostri pacchi di carta. E’ necessario che l’abbonato immagini di leggere qualcosa,voi mi capite. Se sapeste quanto poco gliene importa, in fondo, di tutto il resto”

Alla fine insomma lo manda via perchè dal pezzo che il giovane gli ha portato purtroppo sprizza intelligenza, ha un’anima, per quanto nascosta, celata, quasi per non offendere chi lo legga.

Tristi tempi per chi si illude che sulla stampa ordinaria possa trovar spazio fantasia, talento, visione e intelligenza; sono altre le cose che possiamo trovare sui giornali

Miti, propaganda e potere pubblico

Mi propongo qui di analizzare alcuni miti, molto sentiti in questo periodo, non di recente invenzione, estremamente pericolosi a causa del loro apparente potere esplicativo (e quindi, della facilità con cui se ne può fare uso propagandistico), ma soprattutto perché sviano l’attenzione dal bersaglio vero, lasciando intatta la sua legittimità: il funzionamento del potere pubblico.

Il primo mito, caldeggiato fortissimamente dai grillini, è quello dell’onestà dei politici. Essi, abbagliati dai discorsi sull’antipolitica (fortissimi da tangentopoli in poi), convinti che il male del nostro tempo sia costituito dai continui ladrocini dei politici, dalla loro avidità, dal loro perseguire più interessi particulari invece del famigerato bene del paese, credono che, sostituendo gli attuali esponenti con dei cittadini onesti, probi ed incorruttibili, scomparirebbero finalmente gran parte dei problemi dei poteri pubblici. Il cittadino onesto, un po’ sconcertato da questa affermazione, potrebbe chiedere: “Vorresti negare che i nostri politici non siano altro che dei ladri da strapazzo;  non meritano forse  d’esser cacciati a pedate? E non preferiresti persone oneste a persone disoneste?”. In effetti non dico questo; sostengo invece che, quand’anche prendessimo 800 cittadini onesti e dai comportamenti (finora) irreprensibili, e li sostituissimo di colpo agli attuali deputati e senatori, le cose non migliorerebbero un granchè. Il buon Benedetto Croce, poco citato ed ancor meno studiato, scriveva:

“Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della «onestà» nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese”

Il secondo mito, che s’affianca senza contrapporsi al primo, è quello dell’uomo competente; dell’uomo, cioè, preparato, che ha studiato (magari è munito di master e dottorato), che ha dimostrato nel proprio campo professionale di saper fare. Ad onor del vero, e per onestà intellettuale, va segnalato che il primo ad aver cavalcato questi due miti è stato Berlusconi, quando si presentò nel ’94 con il progetto del “Polo del buon governo”. Fu lui il primo a proporsi come antipolitico (nel senso di contrapposto a quel che erano e rappresentavano i politici), come portatore d’una mentalità fortemente pragmatica, al di là di schemi ideologi oramai crollati, incarnazione vivente del mito del fare. E non fu sempre lui per primo, forte degli strabilianti successi conseguiti in ambito imprenditoriale, a voler portare tale mentalità nella politica, al fine di “bonificarla”? L’idea era che, una volta individuati quali interventi effettuare, ed affidato il compito ad uomini capaci, riuscire fosse un gioco da ragazzi. Non posso allora negarvi il fortissimo senso di deja vu quando, il fu Fermare il Declino, ha provveduto ad aggiungere alla sigla un clamoroso FARE (per fermare il declino); quasi ne costituisse una riproposizione, ma scevra di quegli elementi che, secondo loro, ne avrebbero determinato il fallimento. Lo stesso Berlusconi, ben presto, si rese conto che fare politica, governare un paese, era cosa ben diversa dal governare un’azienda; storica rimase una battuta al suo arrivo a Palazzo Chigi “ma io qui non posso decidere nulla, non posso neanche sostituire un usciere che non lavora bene!”

Il problema è che essere persone oneste e competenti, in grado di fare, non basta; per dirla in altri termini, la capacità è sicuramente una condizione necessaria, ma per nulla sufficiente. Ancor di più: il problema dei tecnici, in primis degli economisti, è d’esser abituati fin dai banchi di scuola a ragionare come se esistesse un saggio benevolente e onnipotente, al quale offrire le loro integerrime ricette di rigenerazione sociale (ad onor del vero è errore anche dei libertari, che si limitano ad analisi dei fenomeni, sperando che in qualche modo le misure da loro auspicate vengano, non si sa per quale miracolo, applicate). E, quando vedono che i loro suggerimenti non vengono applicati, non riescono a spiegarselo se non additando la malafede dei politici, o la loro incompetenza (più spesso tutt’e due). Da qui, a provare essi stessi a proporsi, non più nelle vesti di consiglieri del principe, ma come diretti esecutori, il passo è breve.

Questo ragionamento ha una conclusione precisa: la politica va lasciata ai politici. Esiste, in sostanza, una téchne propria della politica, non assimilabile ad altre. Certo, oggi non ci sono in giro che mezze tacche, e risulta difficile fornire esempi in questo senso; ma scorrendo attentamente l’almanacco, scopriamo che Cavour fu un vero politico. Egli che compì un miracolo (non discuto della desiderabilità o meno di quel fece), partendo da una situazione apparentemente impossibile. E quel che fece Cavour unificando l’Italia fu un miracolo politico, non tecnico, non economico o chissà che altro; valutarlo in questi termini, o chiedersi se Cavour sia sempre stato onesto, giocando pulito, o se nel privato partecipasse ad orge insieme ai trans, o si drogasse, significa non capire di cosa parliamo. Se pensiamo al fatto che, per convincere Napoleone III ad allearsi col Piemonte, non esitò a chiedere aiuto alla cugina, la Contessa di Castiglione, che per un anno divenne l’amante dell’imperatore alla corte di Francia;  se pensiamo agli escamotage che dovette usare per tenere a bada Vittorio Emanuele II, o a chissà quanto ha dovuto fare in termini di trucchi, ripicche, ed inganni per riuscire nel suo intento, vediamo che la politica è un affare a sé; e ridurla a criteri di onestà e competenza significa non aver capito nulla della politica.

Abbassare in modo consistente spesa e tasse, riformare sul serio la macchina pubblica in modo da dare il via ad un nuovo processo di accumulazione, è impresa da politico, non da tecnico, o da professore. Bensì da politico vero, che sappia cosa è la politica; che conosca la macchina statale e burocratica; che sappia quali e quanto grandi siano gli interessi in gioco. Non ci vuole nulla per stabilire a tavolino cosa e dove andare a tagliare. La vera difficoltà è (in una democrazia parlamentare, certamente) raggiungere i consensi necessari; ed una volta raggiunti, utilizzare tali consensi per conseguire l’obiettivo. Si tratta di fare alleanze, di capire a chi giova quel che vogliamo fare, e convincerlo ad aiutarci; ad esser flessibili, adattandosi alla realtà della cose, avanzando passo dopo passo, senza perdere di vista l’obiettivo, sapendo gestire inevitabili proteste ed ire che monteranno nel momento in cui si andranno a sottrarre benefici. Sapendo resistere a campagne martellanti ed anche diffamatorie, senza fare marcia indietro: tenendo duro.

Fare ciè è maledettamente difficile; per come è, infatti, congegnata la macchina statale, essa contiene in sé un meccanismo per il quale la spesa è destinata ad espandersi sempre; e non si pone rimedio con gli onesti e i competenti. Abbiamo milioni di persone che hanno un interesse sia specifico che generale affinché tale spesa aumenti, dai politici ai burocrati, agli impiegati pubblici (e relativi parenti), finanche a chi aspira a diventar tale; che tra l’altro, statistiche alla mano, votano più di chi non trova impiego nel pubblico, influendo maggiormente sui risultati elettorali. Ma va detto che, se anche nascesse una persona in grado di fare ciò (una Thatcher italiana), il problema dell’ineluttabile espansione del bilancio pubblico si ripresenterebbe comunque nel medio termine; stante gli interessi in ballo; stante l’idea, condivisa da tutti (fuori d’un manipolo di pazzi libertari), che quando si verifichi un qualsiasi tipo di bisogno sociale, allora debba pensarci lo stato.

Non sarà il pragmatismo a salvarci, o la cultura del fare. Col pragmatismo siamo arrivati dove siamo oggi; passo dopo passo, a poco a poco. La svolta dovrà essere a 360°. Fino a quando non capiremo che lo stato fallisce, quanto se non più del mercato. Fin quando non capiremo che non bisogna affidarsi alla risoluzione collettiva delle varie problematiche che a mano a mano si presentano; che la politica e lo stato non devono avere in nessun modo finalità palingenetiche; e che a politici e burocrati vanno il più possibile legate le mani. Legate, bloccate in modo inderogabile (penso in primo luogo a Buchanan e alla costituzione fiscale in primis), in modo che si possano occupare solo di certe cose, e solo fino ad un certo punto (tetti invalicabili a spese, tasse e debito). Ebbene, fino a quel momento, la situazione non potrà essere davvero migliore di quella che vediamo. E continueremo a vivere in catene, condannati a sottostare agli arbitrii del potere pubblico, prima ancora che al declino economico.

tratto da http://thefielder.net/13/02/2013/miti-propaganda-e-potere-pubblico/#.URvNnqV18S1