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Il risparmio

La teoria del ciclo di Hayek si basa su un’ idea di fondo: la crisi è un fenomeno causato da una creazione di mezzi monetari che non trovano corrispettivo in un reale risparmio degli individui.

Tale idea affonda le sue radici certamente nei predecessori che abbiamo brevemente illustrato nei capitoli precedenti, ma anche in altri autori importanti della scienza economica. Il problema in effetti sembra essere il capire da dove tragga origine la formazione del capitale in una società. Adam Smith nella Ricchezza delle Nazioni dice che la parsimonia e non l’operosità costituisce la causa principale dell’accumulazione del capitale; Mill lo segue in questo quando dice espressamente che il capitale è il risultato del risparmio. Bohm-Bawerk, da cui Hayek attinge largamente, dirà: “Nella nostra scienza sono presenti tre spiegazioni circa il modo in cui si viene a formare il capitale. Una prima trova la spiegazione nel risparmio, una seconda nella produzione, e una terza in queste due messe assieme. La terza è sicuramente la tesi maggiormente accettata, e sicuramente quella corretta”1.

Fatta questa premessa, torniamo a ricordare che Hayek accetta l’impostazione di Bohm-Bawerk, e le conclusioni di quest’ultimo su risparmio e accrescimento del capitale: in una situazione prossima al pieno impiego dei fattori produttivi, un aumento del risparmio implica una diversione di risorse dal consumo verso i fattori produttivi, passando attraverso il mercato dei fondi mutuabili; una maggior disponibilità di fondi per l’investimento ne fa abbassare il costo, ed indica una maggiore propensione degli agenti verso il futuro; questo cambiamento si riflette sulla struttura produttiva, le risorse vengono progressivamente spostate dagli stadi più vicini al consumo verso gli stadi più lontani; la struttura diventa più lunga, più complessa, ed alla fine del processo più produttiva. Questo è in sintesi il meccanismo, che abbiamo già illustrato nel capitolo su Bohm-Bawerk.

Nel suo saggio del 1933 “Saving”, Hayek fa acutamente notare che l’accumulazione di capitale trae origine nel risparmio, ma non tutto il risparmio automaticamente si traduce in capitale: “è importante riconoscere che il risparmio in senso sociale è un fenomeno separato dall’incremento della ricchezza o dalla formazione del capitale – del quale il risparmio individuale è una delle possibili cause […] il risparmio non è sinonimo di incremento del capitale, ne è solamente una delle cause più importanti”2. A questo proposito è importante capire di cosa si parla quando si parla di risparmio.

Hayek distingue 4 forme di risparmio: 1) risparmio individuale volontario 2) risparmio volontario d’impresa 3) risparmio collettivo di natura impositiva 4) risparmio monetario forzato (forced saving).

Il primo è quello che tutto noi indichiamo propriamente come risparmio. Il secondo è l’autofinanziamento d’impresa, ossia il reinvestimento di profitti non distribuiti. Il terzo caso è la tassazione, quando lo stato preleva risorse con la forza del potere impositivo. Il quarto è il risparmio forzato, cioè mezzi fiduciari creati senza riduzione del consumo: “la caratteristica saliente è che il denaro per l’investimento non trova origine nel risparmio, ma è creato appositamente. Abbiamo creazione di risparmio quando, in conseguenza dello spostamento di risorse dalla produzione di beni di consumo verso la produzione di beni capitale, l’offerta corrente di beni di consumo risulta ridotta”3. A prescindere quindi da altre considerazioni, si ha risparmio quando si ha (in senso individuale o collettivo) un sacrificio di beni presenti, che non vengono più spesi in beni di consumo ma dirottati verso i beni capitale.

Nella teoria hayekiana ( e austriaca in generale), se facciamo astrazione dai mutamenti monetari, la domanda di beni di consumo può cambiare solo in rapporto inverso alla domanda di beni di produzione, e pertanto, lungi dall’avere un effetto cumulativo nella stessa direzione di quest’ultima, tenderà a controbilanciarla nella direzione opposta: “il livello della domanda di beni di produzione non deriva in modo semplice dalla domanda di beni di consumo, perché ogni data domanda di beni di consumo può condurre a a metodi di produzione che comportano domande molto differenti di beni di produzione, e perché la scelta di un particolare metodo di produzione dipende dalla proporzione della ricchezza complessiva che non è richiesta per il consumo immediato, allora si devono considerare le fluttuazioni dell’offerta di capitale disponibile, e non quelle della domanda di beni di consumo come punto di partenza per questo tipo di analisi”4.

Ora. In una economia monetaria la quantità di capitale (e quindi la produzione finale di beni di consumo) può essere accresciuta in due modi: attraverso un aumento del risparmio volontario (i punti uno e due che abbiamo visto sopra); o attraverso un aumento dei fondi disponibili (vedremo poi nel dettaglio come), che non riflette però un cambiamento del tasso di preferenza temporale degli individui (risparmio forzato). Il risultato è all’inizio simile, non le conseguenze finali. Quando il risparmio si configura come “risparmio forzato”, le forze di mercato provocano all’inizio una espansione della struttura produttiva; ma si arriva ad un punto di inversione, in cui si da luogo a consumo (totale o parziale) del capitale, con accorciamento della struttura produttiva, liquidazione dei beni produttivi in eccesso, e crisi produttiva.

1von Bon Bawerk, E. 1889 Positive Theory of Capital pg 100 (traduzione dall’inglese)

2Von Hayek, F, 1933, Saving, da “Profit Interest and Investiment,, pg 159

3Von Hayek, F, 1933, Saving, da “Profit Interest and Investiment,, pg 160

4Von Hayek, F, 1934, Capitale e Fluttuazioni Industriali da “Prezzi e Produzione” pg 188

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Il rapporto tra Equilibrio Economico Generale ed analisi del Ciclo

La teoria austriaca del ciclo economico (altresì chiamata teoria del ciclo Hayek-Mises) prende le mosse, come abbiamo visto più sopra, dagli studi di Wicksell sulla relazione tra moneta e saggio di interesse. Mises fu il primo a fondere l’analisi monetaria di Wicksell con la teoria del capitale di Bohm-bawerk, creando la prima versione della teoria del ciclo austriaca. Hayek parte da qui: formalizza la teoria misesiana, puntellandola con elementi presi da Ricardo e da Stuart Mill, cercando di produrre un’analisi essenzialmente dinamica del processo di squilibrio in cui incorre un’economia monetaria quando la struttura dei prezzi relativi viene distorta dal continuo afflusso di moneta di nuova emissione.

Garrison cerca di delineare la teoria hayekiana in questo modo:“La teoria hayekiana mostra come un disturbo di natura monetaria possa indurre uno scoordinamento intertemporale dei piani economici (il boom artificiale), come tale scoordinazione viene a palesarsi (bust), e quali aggiustamenti si rendono necessari in risposta a tale scoordinamento indotto (ripresa) ”1

Nel suo sforzo teorico Hayek si propone di conciliare la teoria dell’equilibrio economico generale (EEG) con la teoria del capitale e della moneta, al fine di formulare una spiegazione sistematica delle fluttuazioni cicliche. Accetta quindi l’EEG come teoria generale del funzionamento del sistema economico ma, allo stesso tempo, afferma che questo, di per sé, non è in grado di spiegare il fenomeno ciclico. Per Hayek infatti “nessuna teoria che si basi esclusivamente su processi “reali” può fornire una spiegazione delle fluttuazioni cicliche, e questo perché lo strumento essenziale di spiegazione di tali teorie è l’ipotesi che i prezzi (relativi) forniscano un meccanismo automatico per riequilibrare domanda e offerta”2

Non è quindi interessato a generiche variazioni delle endogene generate da variazioni nei dati esogeni: tali variazioni generano delle posizioni di disequilibrio, ma sono perfettamente spiegati nell’EEG, e conducono ad una nuova posizione di equilibrio.

Il ciclo è una cosa invece diversa. Esso è un fenomeno caratterizzato da una prima fase di ascesa (boom) in cui si ha uno sviluppo eccessivo nella produzione di beni capitali, e da una di discesa (bust), in cui gli agenti economici si rendono conto di aver fatto delle scelte sbagliate, e si da luogo all’eliminazione, parziale o totale, di questo eccesso (Hayek, riprendendo un’antica terminologia parla di “consumo di capitale”). Come fa notare Rothbard, non bisogna confondere tra semplici fluttuazioni economiche e vero e proprio fenomeno ciclico; che nell’economia ci siano dei settori in espansione, e degli altri settori in depressione è cosa normalissima: “Quando vi sono cambiamenti nei dati, aumenta il livello di attività in un settore, diminuisce quello in un altro. Ma ciò non conduce a una depressione dell’intero sistema economico”3

Il ciclo si caratterizza quindi per una simultanea esplosione degli errori da parte degli imprenditori; ma il fatto che questi commettano degli errori non può costituire una spiegazione della crisi. Quello che ci si propone di spiegare è, invece, cosa generi tale esplosione simultanea, e nella stessa direzione, degli errori.

Leggiamo cosa scrive Hayek a tal proposito:

La spiegazione che questo sia dovuto solo ad una sorta di infezione di tipo psicologico o che per qualsiasi altro motivo la maggior parte degli imprenditori, in un certo momento, commettono gli stessi evitabili errori, non sembra convincente. Sembra invece più verosimile pensare che essi siano stati portati fuori strada nelle loro decisioni da certi tipi di segnali. O, parlando più concretamente, è possibile che i prezzi esistenti quando essi hanno effettuato le proprie decisioni (e sui quali si sono basati per costruire la loro visione del futuro) hanno generato delle aspettative che sono poi state necessariamente disattese” ”4

Incontriamo qui un concetto importante di Hayek: i prezzi veicolano informazioni. Il sistema dei prezzi è un sistema tale che comunica informazioni essenziali in modo rapido. Esso “comunica agli individui che quello che fanno, o possono fare, è diventato più o meno richiesto per qualche motivo di cui non sono responsabili”5 Ed è solo grazie al “meccanismo di mercato che qualcuno viene indotto ad intervenire e a riempire il vuoto dovuto al fatto che qualcun altro non riesce a soddisfare le aspettative dei suoi simili”6

I prezzi sono quindi i segnali attraverso cui gli agenti interpretano la situazione di mercato: prezzi alti indicano che un bene è molto richiesto, prezzi bassi che non è invece molto richiesto. E non è necessario essere a conoscenza di tutta l’infinita catena di eventi che ha condotto a quel tipo di situazione, dato che il prezzo li riassume in sè. Iniziamo qui a comprendere che, se un prezzo è distorto, veicola informazione erronee circa la situazione reale; e prendere delle decisioni (imprenditoriali) a partire da informazioni distorte, non può che portare a prendere delle decisioni che, alla fine, si riveleranno sbagliate; prezzi distorti portano alla formazione di aspettative errate.

Torniamo al fenomeno ciclico; Robbins ha presentato la questione nei seguenti termini: “Sembra verosimile che uno squilibrio, il quale sia comune a parecchie industrie, se non trova proprio la sua origine in cause monetarie debba almeno essere allargato e trasmesso per il tramite della moneta. Abbiamo qui un filo conduttore per la soluzione del nostro problema: ma il filo non spiega di per sé quella particolare distribuzione degli errori di previsione” 7

E’ qui, quindi, che entra in ballo la moneta, il suo effetto sui prezzi relativi, e sul prezzo relativo per eccellenza secondo la scuola austriaca: il saggio di interesse sui prestiti.

Abbiamo qualche riga più su detto che Hayek accetta la teoria dell’EEG, ma allo stesso tempo ritiene che questo non possa spiegare il ciclo economico; la moneta, in altri termini, non può esser considerata come un “velo” da rimuovere nell’analisi delle variabili in gioco; la moneta per Hayek non è affatto neutrale, ma influenza in maniera determinante quel che succede sul mercato; e per capire il perché basta pensare a cosa succede quando si immette nel sistema una quantità aggiuntiva di moneta; Mises illustra come “un aumento della quantità di moneta non significhi un aumento del reddito di tutti gli attori, per la ragione che quegli strati della comunità che sono gli ultimi ad essere raggiunti dalla quantità addizionale di moneta subiscono una riduzione dei loro redditi, in seguito alla diminuzione di valore della moneta suscitato dall’aumento della sua quantità L’accresciuta quantità di moneta viene ricevuta solo da un numero limitato di agenti economici, non da tutti”8.

L’aumento della quantità di moneta non è a pioggia; non incide ,cioè, allo stesso modo su tutti i soggetti economici; non fa mutare nella stessa proporzione i prezzi di tutti i beni. Non vi è un cambiamento uniforme nel livello dei prezzi: cambiano invece i prezzi relativi (ricordiamo per inciso che Hayek critica Wicksell perché costruisce un modello in cui sono prese in considerazione solo le variazioni del livello generale dei prezzi e non le variazioni relative)

Più nello specifico, più del ruolo della moneta nello scambio indiretto, centrale è il sistema bancario, con la sua capacità di creare una mole di credito scorrelato ed, in genere, maggiore, rispetto alla reale offerta di risparmio del pubblico. Complementare a questa divergenza risulta la distinzione, ed anche qui l’inevitabile divergenza, tra saggio d’interesse sui prestiti concesso dal sistema bancario (saggio d’interesse monetario) e saggio di interesse naturale (espressione questa di Wicksell mutuata da Mises; Hayek preferisce il termine “saggio d’interesse d’equilibrio”9), cioè quel saggio d’interesse che, nell’ipotetico mercato della teoria pura, porterebbe all’eguaglianza della domanda e dell’offerta di risparmio intenzionale.

Come abbiamo visto più su, Hayek si mette nel solco della svolta soggettivista inaugurata da Menger; svolta che prenderà il nome di individualismo metodologico. Hodgson, studioso americano, lo definisce in questo modo:

Due sono le assunzioni di fondo: 1) Tutte le azioni sono compiute da individui. Per questa ragione l’analisi della realtà sociale deve prendere le mosse dagli individui, concepiti come entità autosufficienti, in grado di confrontarsi col mondo esterno compiendo scelte, ed elaborando strategie 2) Una collettività sociale non ha esistenza e realtà al di fuori delle azioni degli individui che ne sono membri. E’ perciò scorretto ragionare come se le collettività potessero avere una loro volontà e degli scopi specifici. Le collettività […] sono tutte quante astrazioni, e non hanno realtà al di fuori degli individui che le compongono.”10

E’ partendo da questo impostazione che va inquadrata la teoria Hayekiana, a partire dalla concezione del saggio di interesse. Il saggio di interesse, nella sua forma pura, è inteso come “il prezzo di mercato dei beni presenti in funzione dei beni futuri”11. La sua funzione è di regolare la relazione tra consumo, investimento e risparmio nella società moderna.

Seguendo Huerta de Soto abbiamo che “quanto maggiore è il risparmio, cioè,quanti più beni presenti si vendono e offrono, a parità di circostanze, più basso sarà il suo prezzo in beni futuri e, pertanto, più ridotto sarà il tasso di interesse. Quanto minore è il risparmio, cioè, a parità di circostanze, quanto meno sono disposti gli agenti economici a rinunciare al consumo immediato di beni presenti, più alto sarà il tasso di interesse.”12

La teoria del ciclo può esser letta come la storia del contrasto tra autorità monetarie e pubblico; esse tentano infatti di far giungere sul mercato una quantità di finanziamenti eccedenti la reale quantità di risparmio; una quantità eccessiva rispetto a quella che si produrrebbe se i finanziamenti riflettessero le preferenze dei soggetti consumatori/risparmiatori in termini di consumo/risparmio. Da un certo punto di vista, quello delle autorità monetarie è un inganno: essi fanno credere agli imprenditori che ci sia più risparmio disponibile rispetto a quello realmente prodotto; gli imprenditori si convincono che, a livello aggregato, ci sia una maggiore propensione dei soggetti a rinviare il consumo di beni presenti in favore di beni futuri; il che porta gli imprenditori ad una espansione della struttura produttiva (espansione che va inteso come allungamento della struttura produttiva, secondo quanto previsto dalla teoria del capitale di Bohm-Bawerk).

Ma è davvero solo negativo questo fenomeno? Seguiamo in proposito cosa dice Hayek:

Finché faremo uso del credito bancario come strumento per assecondare lo sviluppo economico, dovremo rassegnarci ai cicli economici che il credito provoca. Essi, in un certo senso, sono il prezzo che paghiamo per una velocità di sviluppo che eccede quella che la gente renderebbe possibile volontariamente attraverso il risparmio che, perciò, deve essere loro estorto. Ed anche se è un errore – come le ricorrenti crisi dimostrano – supporre che sia possibile superare in questo modo tutti gli ostacoli che si frappongono sulla via del progresso, non si può fare a meno di pensare che i fattori non-economici del progresso, quale la conoscenza tecnica e commerciale, ne siano favoriti in modo tale che dovremmo essere riluttanti a rinunciarvi”13

Una cosa interessante da mettere in evidenza è che Hayek non ritiene si debba per forza pensare ad una precisa colpa di banche ed autorità monetarie nel fatto che il saggio d’interesse monetario si attesti ad un livello inferiore a quello naturale o di equilibrio (come saremmo indotti a credere dall’esposizione che viene fatta in Prezzi e Produzione). Nel suo lavoro precedente“Teoria Monetaria e Ciclo Economico” (d’ora in avanti MTTC), Hayek, sulle orme di Wicksell, afferma come l’instabilità possa trovare origine in un miglioramento delle aspettative di profitto (rialzo del saggio naturale di rendimento), non seguito da un pronto rialzo del saggio di interesse monetario da parte delle banche; anzi, volendo escludere la responsabilità della politica bancaria, egli afferma che “una teoria che, per raggiungere le conclusioni desiderate,debba far ricorso al deus ex machina di un passo falso commesso dai banchieri, è, forse, inevitabilmente sospetta”14.

Sempre in MTTC Hayek fa notare come i fattori monetari costituiscano la causa principale del fenomeno ciclico; e questo non perché le banche intenzionalmente decidano per un’espansione monetaria, ma“perché il particolare modo di funzionare del sistema bancario moderno produce quasi automaticamente espansioni e contrazioni del credito ad ogni sollecitazione del mondo produttivo”15 Basta infatti che una singola banca decida per delle condizioni d’accesso al credito più facili, perché si crei una corsa al ribasso, al fine di non perdere profitti, da parte delle altre banche concorrenti; in questo modo, e per effetto del moltiplicatore del credito, il sistema bancario può erogare una quantità di finanziamenti molto maggiore della quantità di risparmio che i risparmiatori intenzionalmente vi depositano.

E’ d’altronde evidente che lo scopo delle banche è il proprio profitto, e non v’è ragione di ritenere che esse possano avere un qualche tipo di interesse nel cercare di mantenere “un saggio di interesse monetario uguale a quello d’equilibrio (nella realtà questo sarebbe per loro persino impossibile)”16, dato che, come vedremo nel prosieguo, banche prudenti, che decidano di non espandere la concessione di depositi, verrebbero  a perdere clienti a favore delle banche più spregiudicate; e non essendo presente un meccanismo che premi i comportamenti virtuosi (cioè prudenti), le banche prudenti si troverebbero ben presto ad inseguire il comportamento di quelle meno prudenti, imitandone l’agire.

1Garrison, R. 1986, Hayekian Trade Cycle Theory: A Reappraisal (traduzione dall’inglese)

2Barve, H. 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek pg 10

3Rothbard, M. 1963, La Grande Depressione pg 39

4Hayek, F. A. 1935, Price expectations, monetary disturbances and malinvestments pg 141

5Hayek F.A. 1988 La concorrenza come procedura per la scoperta del nuovo in Conoscenza, Mercato, Pianificazione, pg 319

6Hayek F.A. 1988 La concorrenza come procedura per la scoperta del nuovo in Conoscenza, Mercato, Pianificazione, pg 319

7Robbins L. 1935, Di chi la colpa della Grande Crisi? Pg 50

8Von Mises L,1912 Teoria della Moneta e dei Mezzi di Circolazione, pg 88

9Per saggio di equilibrio intende quel saggio che “non è modificato da influenza monetarie anche quando è pagato sul capitale valutato in termini monetari” Hayek, F,1929, Teoria Monetaria e Ciclo Economico

10Hodgson G, 1988, Economics and Institutions: A manifesto for Modern Institutional Economics, cap 3

11De Soto H, Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici, pg 191

12De Soto H, Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici, pg 195

13Hayek F, 1929, Teoria Monetaria e Ciclo Economico, pg 189

14Hayek F, 1929, Teoria Monetaria e Ciclo Economico pg 145

15Baron H, 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek, pg 14

16Baron H, 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek, pg 14

Manipolazione dei tassi di interesse e conseguenze

Per quale motivo secondo Hayek e gli altri autori austriaci un livello così basso dei tassi di interessi ha come conseguenza il prodursi di un boom e di una successiva crisi? In definitiva, osservando l’evoluzione dell’inflazione durante il periodo 2001/2008, questa non è mai stata su livelli preoccupanti (solo verso la fine del 2007 si avvicinava al 5%); l’economia cresceva in maniera robusta, il livello dei prezzi non procurava particolari preoccupazioni.

La Fed sembrava quindi operare davvero in maniera egregia, tant’è che lo stesso Milton Friedman dichiarò, alla scadenza del mandato di Greenspan: “Ora che i 18 anni di mandato sono terminati, io devo confessare che la sua performance mi ha stupito, e che Greenspan aveva ragione. La performance è stata sbalorditiva; non avevamo mai assistito ad un periodo di lunghezza comparabile nel quale la Fed avesse ottenuto dei risultati così brillanti”1.

La BRI, nella introduzione alla relazione del 2009, dichiarandosi stupita per la crisi, affermò che essa aveva colto tutti di sorpresa, e che nessuno se l’aspettava: “come è potuta accadere? La prosperità e la stabilità erano la prova che il sistema funzionava. L’inflazione era bassa e la crescita elevata, ed entrambe erano stabili”2

Leggendo i fatti con lenti austriache, si può sostenere che il basso livello dell’inflazione dei prezzi dei beni finali abbia fuorviato i policymakers. Il problema infatti di ragionare sul livello generale dei prezzi è il non sapere molto circa l’evoluzione sottostante dei prezzi relativi.

Hayek su questo è molto chiaro, quando alla fine della prima lezione di Prezzi e Produzione, quando critica espressamente chi considera obiettivo di politica monetaria il tenere stabile il livello dei prezzi; ogni cambiamento nella quantità di moneta, qualunque sia l’influenza sul livello dei prezzi, deve sempre influenzare i prezzi relativi:

e poiché non vi può essere dubbio che siano i prezzi relativi a determinare volume e direzione della produzione, quasi ogni cambiamento nella quantità di moneta deve influenza anche la produzione”ed ancora, da un lato “dobbiamo riconoscere che con un livello dei prezzi stabile, i prezzi relativi possono essere modificati da influenze monetaria, dall’altro che i prezzi relativi possono rimanere immutati anche quando il livello dei prezzi varia, dobbiamo abbandonare l’opinione generalmente accettata secondo cui se il livello dei prezzi rimane stabile, le tendenze che portano verso l’equilibrio economico non vengono deviate dalle influenze monetarie, e queste ultime non possono farsi sentire se non provocando una mutazione del livello generale dei prezzi”3

Hayek fa quindi notare come un ciclo di boom e bust si possa sviluppare anche in presenza di sostanziale stabilità dei prezzi; il ciclo opera al di sotto, quando l’aumento nella quantità di moneta cambia la convenienza degli imprenditori nello scegliere dei metodi di produzione più lunghi, maggiormente indiretti usando il linguaggio di Bohm-bawerk (come mettevamo in evidenza nel capitolo sul ciclo, la riduzione del saggio di interesse provoca ipso facto un aumento relativo del saggio di salario reale, aumentando la convenienza a sostituire lavoro con capitale); l’abbassamento del tasso rende poi convenienti progetti di investimento che con un tasso più elevato non lo erano; in special modo progetti la cui durata è più estesa nel tempo.

credito

Seguendo O’Driscoll “Hayek sostiene che in una economia in crescita, una politica monetaria che stabilizzi l’indice dei prezzi al consumo può interferire nell’allocazione delle risorse nel tempo, forzando il livello del tasso di interesse al di sotto di quanto sarebbe viceversa risultato. I prezzi degli asset di lunga durata, quali gli immobili e i beni capitale, si muovono in senso inverso al movimento del tasso di interesse; un basso livello dei tassi si trasla in un prezzo più elevato degli asset, e viceversa”4

Entriamo maggiormente nel dettaglio; anche stando a quanto riportato nella relazione finale della BRI 2009, tale persistenza dei tassi di interesse ad un livello così insolitamente basso ha prodotto rilevanti conseguenze. Innanzitutto un boom del credito, indotto dal basso costo dell’indebitamento. Tra il 2003 e il 2007 il credito negli Usa e nel Regno Unito ha registrato una espansione rispettivamente del 7% e del 10%: “E’ sempre arduo individuare chiari nessi causali, ma in questo caso sembra ragionevole pensare che la disponibilità di finanziamenti a basso costo abbia posto le fondamenta dell’aumento degli acquisti di abitazioni, nonché del drastico incremento dei prestiti rotativi contratti dalle famiglie. Un altro effetto prevedibile dei bassi tassi di interesse è stato quello di accrescere il valore attualizzato dei flussi di reddito generati dalle attività fruttifere, che ha a sua volta innalzato le quotazioni delle attività, contribuendo al boom dei prezzi degli immobili residenziali e dei mercati azionari.”5

Se si considera un indice mondiale delle azioni (come fa T. Polleit in un paper del 2008 “Credit Crisis”), si constata un picco dell’indice a 240 nel 2000 (su una base di 100 nel 1995), un crollo a 120 nel 2003, per poi risalire fino a 280 alla metà del 2007. I prezzi delle abitazioni sono invece saliti, in termini reali, di oltre il 30% tra il 2003 e il 2007, in paesi come gli Usa, il Regno Unito e altri paesi europei.

Un altro effetto importante del livello tassi è nell’incrementare l’incentivo all’assunzione di rischio da parte degli operatori finanziari: “Allorché i tassi di interesse divengono insolitamente bassi, può diventare difficile realizzare i rendimenti promessi da tali contratti. Le società finanziarie

reagiscono quindi assumendo rischi maggiori nella speranza di generare i ritorni necessari a mantenere la redditività […] Di conseguenza, un basso livello dei tassi di interesse accresce

l’assunzione di rischio”6

Tutto ciò (il boom del mercato delle abitazioni, il boom della spesa per consumi finanziata con l’indebitamento e la ricerca di rendimento) ha contribuito a distorcere la struttura macroeconomica di vari paesi. I segnali più evidenti al riguardo sono stati la drastica espansione dell’edilizia residenziale, quella dei consumi di beni durevoli, specie autoveicoli, e quella delle dimensioni

del settore finanziario.

Appunti sulla politica monetaria della Fed

Nell’indagare le origini della crisi dovremmo cercare di non confinare la nostra analisi solo al periodo che va dallo scoppio della bolla dotcom, alla crisi oggetto della nostra ricerca. Uno studio più comprensivo dovrebbe tener conto anche delle politiche monetarie della Fed nei tardi anni ottanta e degli anni novanta.

Secondo O’Driscoll, nel periodo in cui Volcker fu a capo della Fed (dal 1979 al 1987) fu enfatizzato il controllo della quantità di moneta al fine di controllare l’evoluzione dei prezzi, e gradualmente nel corso del suo mandato ci si spostò verso un controllo maggiormente centrato sul livello dei prezzi stessi.

In questo periodo l’economia americana registrò una imponente crescita, ma vide verificarsi due importanti crisi finanziarie. La prima è quella nota come crisi delle Save&Loan, così denominata per l’elevato numero di fallimenti nel settore bancario: “la crisi delle S&L che vide nel periodo 1980-1994 il fallimento di circa 1300 su 4039 istituzioni del risparmio”1

La seconda fu una crisi delle banche commerciali, strettamente collegata alla prima cui sopra delle S&L. Questa crisi ebbe radici regionali, nascendo nel sud.ovest, ed espandendosi poi al New England, e coinvolse alcune tra le maggiori banche, quale ad esempio Citibank. Circa 1600 Banche risentirono della crisi, finendo per fallire o per sopravvivere grazie a fondi FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Ci furono poi due importanti crash nei mercati azionari: il primo nell’ottobre dell’1987, il secondo associato allo scoppia della bolla dotcom nel 2000.

Prima di illustrare l’evoluzione della politica monetaria statunitense, alcune note su come concretamente opera la Fed, e su cosa rappresenta il“tasso dei fondi federali”.

Questo tasso non viene fissato direttamente dalla Fed, ma costituisce un obiettivo di politica monetaria della Fed; essa si premura di farlo giungere ad un determinato livello mediante le operazioni di mercato aperto. Le banche infatti detengono conti presso la Fed e li usano per effettuare pagamenti. I saldi di fine giornata vengono usati per soddisfare la riserva obbligatoria, oppure, se maggiori di quelli desiderati, vengono prestati “overnight” ad altre banche che ne hanno bisogno: “Il mercato su cui si scambiano i saldi detenuti presso la Fed (Federal Fund Balance) si chiama Federal Fund Market, il tasso a cui si concedono i prestiti è il federal fund rate. L’offerta totale di Federal Fund Balance disponibili per le banche è determinato dalle operazioni di mercato aperto, attraverso le quali si determinano una certa quantità di liquidità, oppure un certo tasso sui federal funds (non è possibile fissare entrambi)”2 .

m2

Gli altri strumenti sono la riserva obbligatoria e la manovra del tasso ufficiale di sconto “la gestione dell’offerta di base monetaria attraverso lo sportello per lo sconto, applicato alle banche sui prestiti che ricevono dallo sportello per lo sconto”3.

Il tasso di sconto di norma è più basso del federal funds rate, al fine di indurre le banche a procurarsi le risorse sul mercato interbancario.

Diminuendo questo tasso la Fed rende più conveniente chiedere liquidità direttamente a lei, aumentando la mole di riserve detenute dalle banche. Interessante è focalizzarci sull’offerta di riserve da parte della Fed; queste vengono, come dicevamo, gestite essenzialmente mediante le operazioni di mercato aperto (ODMA), le quali determinano l’offerta di Federal Reserve Balances: “acquisti di titoli aumentano la quantità di Federal Reserve Balances perché la Fed crea questa riserve per pagare il venditore, accreditando il conto della sua banca presso la Fed”4.

funds rate

Fornendo allora maggiore liquidità alle banche, crea riserve in eccesso che le banche, che non amano tenere riserve superiori al necessario dato che non fruttano interesse, possono prestare sul mercato interbancario; l’offerta ora aumentata genera una spinta al ribasso del tasso di equilibrio, cioè del Federal Funds Rate. In questo modo nuova moneta entra in circolo.Riprendiamo il filo del discorso; gli anni 80 furono un periodo di forte lotta contro l’inflazione, che dagli anni 70 era il male dei principali paesi avanzati, con una evoluzione del livello dei prezzi a doppia cifra. Volcker, all’inizio degli anni 80, mise in atto una gigantesca operazione di restrizione monetaria, portando il federal funds rate per certi periodi anche al di sopra del 18%; diminuendo progressivamente le aspettative di inflazione anche il tasso iniziò a declinare verso livelli più normali. Nell’87 Greenspan subentra a Volcker; l’inizio del suo mandato sembra essere lungo una linea di continuità con il mandato del suo predecessore; Greenspan mette in atto una nuova stretta monetaria, e sul finire degli anni 80 il federal funds rate è alle soglie del 10%. La svolta avviene con il cambio ai vertici della Casa Bianca, e con la volontà di far uscire gli Usa fuori dalla crisi del 92: i tassi vengono drasticamente tagliati, e nel settembre del 92 sono portati al 3%.

Pian piano i tassi virarono verso l’alto, raggiungendo il 6% in prossimità dell’esplosione della bolla dotcom.

Dopo l’esplosione della bolla i tassi furono drasticamente tagliati, fino a raggiungere il livello (per allora) record dell’1% nel giugno del 2003. Il tasso rimarrà su questo livello per un anno, venendo poi progressivamente ritoccato verso l’alto, sino alla soglia del 5,25% nel giugno 2006.

real interest

Parallela alla diminuzione dei federal funds rate ci fu l’aumento della liquidità: “a partire dal 2001 l’incremento annuo è stato di circa il 10% (il che implica il raddoppio della quantità di moneta in circolazione ogni circa 6/7 anni), rimanendo sull’8% a partire dalla seconda metà del 2003”5

Con una inflazione media superiore al livello dei tassi nominali per quasi tre anni, negli Usa i tassi reali d’interesse, come fa notare L. White, sono stati addirittura negativi; evento senza precedenti.

Cosa ha spinto la Fed a porre in essere una politica monetaria di questo tipo? E come l’hanno giustificata agli occhi dell’opinione pubblica?

Greenspan maturò nel tempo la convinzione, frutto probabilmente dell’osservazione dei fenomeni economici lungo gli anni, che l’economia vivesse di cicli: periodi di espansione, nei quali l’economia cresceva (boom); fino a raggiungere un picco, il momento in cui la bolla esplodeva, con conseguente crisi (bust). In questa cornice teorica, l’idea di Greenspan, divenuta nota come “The Greenspan Put”, ed esposta la prima volta in un discorso del dicembre 2002, era che non fosse nelle possibilità della Fed non solo il fermare una bolla, ma anche solo riuscire di capire se ci si trovasse o meno all’interno di questa; non potendolo definire, non poteva essere considerato compito della Fed individuarla e fermarla prima che facesse danni; compito della Fed era di, invece, verificare l’esplosione della stessa, ed intervenire al fine di evitare il fenomeno deflattivo; la missione era riuscire ad evitare che si precipitasse in una spirale deflazionistica.

Riprendendo una sua stessa testimonianza del 1999, Greenspan disse che “la Fed si concentrerà su politiche volte a mitigare le conseguenze della crisi (quando questa accadesse) e facilitare la transizione alla successiva espansione”6

Ben Bernanke, che succederà al vertice della Fed al posto di Greenspan, aveva a lungo studiato la grande depressione del 29, ed era convinto che questa fosse, in sostanza, dovuta ad un grande errore della Fed: l’aver lasciato che l’economia americana entrasse in forte deflazione, ed anzi averla favorita con politiche monetarie restrittive:”Nel 2002 Bernanke convinse Greenspan che il pericolo numero uno per l’economia americana fosse la possibilità di cadere in una spirale fisheriana debito-deflazione. Tale timore spinse la Fed a utilizzare la leva monetaria tagliando i tassi fino all’1% e tenendoli a quel livello per un anno”7.

Tale tipo di politica (unita agli stimoli fiscali del primo mandato Bush) provocarono un’imponente crescita economica; veemente in particolare risultò la crescita nel settore immobiliare, nel quale si verificò una spettacolare crescita dei prezzi (in verità tale crescita è precedente, e datava dalla metà degli anni 90). Le pressioni inflazionistiche iniziarono a farsi sentire, e progressivamente i tassi virarono verso l’alto al fine di compensare aspettative crescenti circa i prezzi. Dall’1% del giugno 2003 il tasso sale fino ad arrivare nel luglio 2007 al 5.25%.

A ciò va aggiunto che nelle altre principali economie industriali i tassi di interesse reali non

erano molto più elevati di quelli statunitensi. Di fronte al ristagno della crescita economica nell’area dell’euro, la BCE ha mantenuto i tassi di interesse reali a breve termine al disotto dell’1% durante gran parte del periodo da metà 2001 al 2005, mentre i corrispondenti tassi giapponesi hanno oscillato fra lo 0 e l’1% per buona parte dell’ultimo decennio. E, anche al fine di contenere le pressioni verso un apprezzamento del tasso di cambio, molte economie emergenti hanno seguito l’esempio di quelle industriali.

1 O’Driscoll G, 2009, Money and the present crisi, pg 175, Cato Journal

2 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 127

3 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

4 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

5 Ravier A Lewin P, 2009, The Subprime Crisis, pg 5

6 Greenspan A, 2002, Remarks before the Economic Club of New York

7 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 157, Cato Journal

Fallimento del mercato o fallimento dell’interventismo pubblico?

La crisi economico-finanziaria che tra il 2007 e il 2008 ha colpito tutto l’occidente industrializzato, è fenomeno così complesso da rendere semplicistico qualsiasi tentativo di spiegarla basandosi solo su alcuni semplici fattori causali. La stessa teoria austriaca, fin qui descritta nella versione datane da von Hayek, ben difficilmente può dirsi spiegazione univoca e completa del fenomeno. Ma tale problematica affligge, a prescindere dalla loro coerenza interna e dal loro potere esplicativo, tutte le teorie che riguardino un fenomeno sociale di queste dimensioni.

Il problema di fondo consiste nel fatto che, per quanto sulla carta si possa mostrare che, dato A segue B, non è possibile effettuare una reale controprova: eliminare, cioè, o modificare il fattore (o i fattori) indicato come causale, e verificare che effettivamente non segua più B; questo privilegio, riservato alle hard science, non è concesso alle scienze sociali, e quindi a quella economica; si possono certamente effettuare comparazioni tra fenomeni storici, che non saranno mai però perfettamente identici; o effettuare simulazioni di tipo econometrico; non però esperimenti paragonabili a quelli che si possono condurre, ad esempio, nella fisica sperimentale; una delle conseguenze è che non si riesce a falsificare (popperianamente parlando) un determinato tipo di ipotesi che quindi, per quanto screditate, possono sempre tornare a ripresentarsi, sotto vesti magari anche leggermente diverse.

Come mette in evidenza von Hayek nella prolusione tenuta in occasione della consegna del premio Nobel per l’economia:

Diversamente dalla posizione che esiste nelle scienze fisiche, nell’economia e in altre discipline che si occupano di fenomeni essenzialmente complessi, gli aspetti degli eventi da spiegare di cui possiamo ottenere dati quantitativi sono necessariamente limitati e possono non includere quelli importanti. Mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante, che determina gli eventi osservati, può essere a sua volta direttamente osservabile e misurabile, nello studio di fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, difficilmente tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo, per i motivi che spiegherò più avanti, potranno mai essere completamente conosciute o misurabili”1

Senza contare, poi, quanto grande risulta l’influenza di impostazioni etiche di tipo differente nella scelta di un determinato tipo di lettura dei fenomeni economico-sociali; e quanto l’inconciliabilità di questi punti di vista renda difficoltoso il confronto, stante che la lettura di un certo fenomeno è determinata spesso a priori.

Ma lasciando da parte queste considerazioni metodologiche, quello che tenteremo di fare sarà allora di inquadrare, sulla scia dell’impostazione tracciata da Hayek e dai maestri austriaci, il complesso fenomeno di crisi del 2008; ci focalizzeremo innanzitutto sulle conseguenze di un certo tipo di politica monetaria espansionistica portata avanti dalla Fed, come Machlup fa notare: “La tesi fondamentale della teoria del ciclo economico di Hayek è che i fattori monetari costituiscono la causa del ciclo stesso, ma i fenomeni reali lo costituiscono”2 , vale a dire che il ciclo è determinato da fattori monetari, ma tali fattori monetari producono effetti reali sull’economia (il che si ricollega al discorso sulla non-neutralità della moneta che prima abbiamo svolto)

Quando si parla della crisi del 2008 è divenuto quasi un luogo comune descriverla come una crisi del libero mercato o del libero scambio

A sostenere questa linea di pensiero sono in tanti, dal presidente francese Sarkozy, che ha annunciato «la fine del Capitalismo Laissez-faire», all’economista Roubini, sino allo stesso New York Times, che non manca di ricordare come gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una mentalità laissez-faire e che negli ultimi 30 anni questo si sia tradotto in una politica di deregulation sempre più spinta.

Un importante economista come Lawrence Summers ha scritto, esprimendosi sull’ultima crisi “il pendolo sta tornando – e deve continuare a tornare- verso un rafforzamento del ruolo del governo al fine di salvare i mercati dai loro eccessi e dalle loro inadeguatezze”3.

Come fa notare Pascal Salin “[la crisi] spesso interpretata come conseguenza del comportamento di banchieri avidi e miopi che avrebbero approfittato dell’eccessiva libertà apportata da una deregolamentazione finanziaria senza limiti, finisce per essere considerata la prova d’una instabilità interna del capitalismo e della conseguente necessità di una maggiore regolamentazione statale”4

Tesi non troppo distante da quella sostenuta da Marx a metà dell’800, circa una fatale tendenza del sistema capitalistico alla crisi. Ancor più significativo è il giudizio di Alan Greenspan, capo della Federal Reserve per 18 anni, fino al gennaio del 2006.

Il 23 ottobre 2008, nel corso della sua audizione richiesta da parte d’un comitato della Camera dei Rappresentanti americana incaricato di determinare le cause del crollo della Borsa, Alan Greenspan ha, come scrive il New York Times, “ammesso di aver avuto torto nel fidarsi del mercato per regolare il sistema finanziario senza un controllo supplementare del Governo”. E continua dicendo: “Ho commesso un errore nel fare affidamento sull’interesse privato delle organizzazioni, principalmente del banchieri, per proteggere i loro azionisti. Quanti tra noi facevano affidamento sull’interesse degli istituti di credito per proteggere gli azionisti (io in particolare) sono in stato di shock ed incredulità. Ho trovato una faglia nell’ideologia capitalista. Non so fino a che punto sia significativa o duratura, ma questo mi ha fatto piombare in uno stato di grande smarrimento. La ragione per la quale sono scioccato è che l’ideologia del libero mercato ha funzionato per quarant’anni, ed anche eccezionalmente bene”5

Il problema però, nel sostenere una tesi di questo tipo, è che parlare di “libero mercato” in una situazione come quella pre-2008 è una forzatura; come scrive K. Dowd, professore di Financial Risk Management alla Nottingham Business School “l’argomento è privo di senso, perché non abbiamo un libero mercato. Piuttosto, i mercati operano all’interno di un contesto di intenso intervento statale; la nostra priorità deve essere d’investigare le condizioni e i parametri entro cui i mercati sono lasciati “liberi” di operare”6.

La tesi che sosterremo è, quindi, che la crisi non è il prodotto d’un fallimento del capitalismo o del libero mercato; ma, coerentemente a quanto esposto nel capitolo teorico sul ciclo economico austriaco, individueremo la causa principale nella politica monetaria condotta dalla Federal Reserve; sotto Alan Greenspan prima, ed ora Ben Bernanke, la Fed ha posto in essere un tipo di politica monetaria tale da favorire in modo massiccio l’azzardo morale tra gli investitori, in modo particolare nel settore immobiliare e nel settore dei prodotti finanziari.

Quello che Gary Gorton ha chiamato “il panico del 2007” è il risultato dell’agire da un lato della politica monetaria, dall’altro degli sforzi delle autorità statali di garantire l’accesso alla casa di proprietà per un numero il più elevato possibile di soggetti; tale impostazione ha favorito la crescita dei cosiddetti mutui sub-prime (n.a. anche se in realtà, al di là di mutui prime o subprime, sono stati i mutui a tasso variabile, quindi quelli che maggiormente risentono del livello dei federal funds rate, a subire il tracollo maggiore al momento dell’esplosione della bolla), ed il fiorire di un’impressionante mole di prodotti finanziari derivati al fine di sostenere tali prestiti.

Sempre secondo Gorton (2008), al fine di sostenere economicamente i mutui subprime, il sistema finanziario ha sviluppato una complessa serie di prodotti finanziari (interlinked securities, special purpose vehicles and derivatives) connessi ai mutui subprime. Il valore di queste securities risultò essere inusualmente sensibile al valore dei prezzi immobiliari sottostanti.

Quando però la Fed, preoccupata di derive inflazionistiche, decide di correggere la sua politica facendo virare verso l’alto il federal funds rate, che tocca il picco di 5.25% nel giugno 2006; e in contemporanea la crescita del prezzo degli immobili inizia a frenare per poi iniziare a flettere, i nodi vengono al pettine: gli effetti si ripercuotono sui prodotti derivati ed assicurativi, venendo amplificate dalla carenza di informazioni affidabili (complice l’estrema difficoltà nel calcolarlo) circa la valutazione del rischio implicito in tutti questi prodotti.

Procediamo dunque ad illustrare nel dettaglio la storia che, qui su, abbiamo solo abbozzato nelle sue linee di fondo.

1 Von Hayek F, 1974, The Pretence of Knowledge

2 Machlup, F. (1974) “Friedrich von Hayek’s Contributions to Economics.”

3Summers, L. 2008 “The pendulum swings towards regulation” Financial Times

4Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg XXXIII

5Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg 18

6Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 141, Cato Journal

Wicksell e il processo cumulativo

E’ un luogo comune della letteratura critica su Hayek far risalire le origini della sua teoria del ciclo economico al modello che Wicksell descrive in “Interest and Price”, quello che viene definito processo cumulativo. Nel momento in cui, dopo l’assegnazione del premio nobel nel 1974, tornarono sotto i riflettori le tesi austriache, alcuni interpretarono Hayek come un neo-wickselliano: “Sia la formulazione svedese (n.a ci si riferisce a Erik Lindahl, Gunnar Myrdal, e Erik

Lundberg) che quella austriaca del ciclo economico, possono a buona ragione esser lette come interpretazioni neo-wickselliane del ciclo”1

Vale la pena di notare, in via preliminare, che Wicksell con questo modello non cerca di costruire una teoria delle fluttuazioni cicliche: quello che egli mette al centro del modello è il movimento del livello generale dei prezzi in certi intervalli di tempo più o meno lunghi. Per quanto gran parte del libro sia dedicato alla teoria del capitale, che riprende e sviluppa la teoria di Bohm-Bawerk, nel modello di processo cumulativo tutto questo viene messo da parte; per come è strutturato il modello non v’è spazio per analisi sul cambiamento della struttura produttiva; le analisi che egli stesso aveva compiuto relativamente alle conseguenze di un aumento del risparmio disponibile sul livello del tasso di interesse di mercato, e di questo sulla lunghezza della struttura produttiva, vengono qui del tutto messe da parte.

Wicksell stesso avverserà duramente i primi tentativi di Mises, nella“Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1912)” di applicare il proprio modello alle fluttuazioni economiche. E questo per un motivo semplice: per lui il ciclo non dipende da fattori monetari, ma fattori reali.

Per Wicksell ciò “che caratterizza le moderne economie, rispetto a questo ipotetico stato stazionario, è soprattutto il rapido aumento della popolazione ed il conseguente aumento della domanda di beni di consumo. Per soddisfare quest’ultima è necessario un altrettanto costante sviluppo della produzione”2 Il problema è che si verifica un disallineamento tra il saggio di crescita della popolazione, con conseguente crescita nella domanda dei beni di consumo, e il ritmo con cui aumenta la produzione. A causa dei rendimenti marginali decrescenti, anche quando tutta la forza lavoro trova occupazione, l’apporto che questa può dare alla produzione è minore di quel che servirebbe: “Per contrastare la legge dei rendimenti decrescenti, conseguenza della limitatezza delle risorse naturali, occorrono scoperte e invenzioni, miglioramenti tecnici e commerciali, nuovi metodi produttivi ma è nella natura delle cose che le grandi scoperte ed invenzioni debbano avvenire in maniera sporadica”3 Per Wicksell all’origine del fenomeno ciclico vi è appunto questo scollamento, questa mancanza di sincronia tra produzione e domanda di beni di consumo.

In “Interest and Price” Wicksell considera una economia di puro credito, in cui le banche, libere da qualsiasi obbligo di riserva obbligatoria, adeguano automaticamente la loro offerta di credito alla domanda di prestiti da parte delle imprese, mantenendo il saggio di interesse sui prestiti concessi ad un livello costante. Wicksell ipotizza l’esistenza di un saggio di interesse naturale, che riflette le forze reali all’opera nel sistema. Se, per un qualsiasi motivo, si verifica una variazione nel livello del saggio naturale (variazione nelle preferenze, un cambiamento nella tecnologia disponibile ecc), stante la fissità del saggio monetario, si verifica una discrepanza tra il livello dei due saggi di interesse. La differenza tra il saggio monetario, che rappresenta quanto le imprese dovranno ridare alle banche per il prestito, ed il saggio naturale, che, oltre a quanto già detto, in equilibrio rappresenta il saggio di profitto medio, “diviene il motore di un processo inflazionistico che si autoriproduce fin tanto che permane la divergenza tra i due saggi”4. Il modello di Wicksell è costruito esplicitamente al fine di chiarire le cause del processo di variazione del livello dei prezzi ed i meccanismi attraverso cui si riproduce o si arresta; il modello “nella sua incisiva semplicità, è costruito sulla base di ipotesi che hanno il preciso scopo di isolare il fenomeno in esame”5

Ad un certo punto, per un qualsiasi motivo (ad esempio perché la produttività del lavoro è aumentata e il tasso naturale è cresciuto o perché le banche vogliono espandere il credito) il tasso

di interesse monetario è fissato al di sotto del livello di quello reale, cioè si determina i<r.

All’inizio del nuovo periodo di produzione, poiché il livello dei prezzi non è ancora cambiato, gli imprenditori richiedono il consueto finanziamento K per pagare come sempre i salari wN. […]Gli imprenditori debbono infatti restituire un debito, aumentato degli interessi, pari a K(1+i), ma la produzione in loro possesso ha un valore maggiore, cioè è pari a pC(1+r), con pC=K. E’ chiaro che è sorto un extraprofitto di cui si appropriano gli imprenditori dato dalla differenza tra i due tassi.

Chiamando E questo extraprofitto si ha: E= K(r-i) “6

A tal punto è chiaro che l’esistenza di tale extra-profitto spinge gli imprenditori a cercare di espandere le loro attività produttive, aumentando gli investimenti nella produzione. Le banche, dal canto loro, non hanno problemi ad accogliere la richiesta di nuovi finanziamenti che ritornano loro indietro sotto forma di nuovi depositi. Stante il fatto che in questo modello siamo in una situazione di pieno impiego, non è possibile aumentare facilmente la produzione, e la maggior domanda in termini di beni e in termini di lavoro si scarica sostanzialmente sui prezzi, generando un processo inflattivo.

Wicksell mette in evidenza che le banche non sono in alcun modo obbligate a portare i tassi monetari al livello del tasso naturale; e questo fa si che il processo inflattivo possa andar avanti anche a lungo.

Torniamo allora ad evidenziare come, per quanto Hayek nella prima lezione di Prezzi e Produzione apprezzi il contributo di Wicksell “quello che io definirei il quarto dei principali stadi del progresso della teoria monetaria è stato in parte costruito sulle fondamenta poste da Wicksell”7, in realtà è fortemente criticato su un punto: nel modello cumulativo l’espansione monetaria fa variare solo il livello generale dei prezzi: i finanziamenti forniti dalle banche agli imprenditori non fanno cambiare le scelte delle tecniche produttive, e la struttura rimane inalterata. Per Hayek è invece centrale andare ad indagare come l’espansione monetaria vada a modificare i prezzi relativi, e quindi incentivi gli imprenditori a produrre un bene piuttosto che un altro, a produrre beni consumo piuttosto che beni di produzione “basta riflettere perché appaia ovvio che quasi ogni cambiamento nella quantità di moneta, qualunque sia la sua influenza sul livello dei prezzi, deve sempre influenzare i prezzi relativi. E poiché non vi può essere dubbio che siano i prezzi relativi a determinare volume e direzione della produzione, quasi ogni cambiamento nella quantità di moneta deve necessariamente influenzare anche la produzione”8.

Wicksell era però consapevole di quanto le ipotesi da lui adottate fossero lontane dalla realtà, e che nella pratica il movimento dei prezzi descritto si sovrappone ad altri movimenti, indipendenti, dei salari di natura dissimile se non opposta. E non manca di indicare, seppur in modo fuggevole, la via da seguire qualora le ipotesi venissero rilassate. In un passo di “Interessi e Prezzi” infatti dice “è nel potere delle istituzioni creditizie, che agiscono in cooperazione con gli imprenditori, di determinare l’orientamento della produzione e conseguentemente il periodo d’investimento del capitale […] nella realtà concreta, come risultato di una facilitazione nelle condizioni del credito la produzione tenderà ad essere modificata in modo tale che la lunghezza media del periodo d’investimento del capitale risulterà accresciuta”9

Ma oltre questi pochi cenni Wicksell non spinge la propria analisi. Ed è’ certamente merito di Hayek, come fa notare Marina Colonna, l’aver richiamato l’attenzione sui pochi passi che Wicksell dedica all’influenza del credito sulla produzione. Ma tale strada era ancora tutta da percorrere, ed a farlo sarà lo stesso Hayek.

Siamo ora pronti per analizzare la teoria del ciclo di Hayek

1Wagner R.E., 2007, Knut Wicksell and Contemporary Political Economy, pg 16 (traduzione dall’inglese)

2Baron H, 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek, pg 6

3Baron H, 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek, pg 6

4Colonna, M 1990, Introduzione a “Prezzi e Produzione:Il dibattito sulla moneta “pg XXXIII

5Colonna, M 1990, Introduzione a “Prezzi e Produzione:Il dibattito sulla moneta “pg XXXIII

6Perri, S, Dispense di Microeconomia 2010/2011: Knut Wicksell: la moneta e l’economia creditizia, il

tasso naturale e il tasso monetario di interesse, pg 12

7Hayek, F A, 1990, Prezzi e Produzione, pg 31

8Hayek, F A, 1990, Prezzi e Produzione, pg 32

9Wicksell K, Interessi e Prezzi, pg 295

Il dominio dello stato leviatano

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C’è un fatto che negli ultimi tempi mi sta dando non poco da pensare; mi sto poco a poco rendendo conto che talune contrapposizioni, di natura perlopiù politica, che ho sempre considerato come sostanziali, hanno natura tutto sommato illusoria. Destra e sinistra, liberalismo e socialismo, capitalismo e anti-capitalismo: tutte categorie in base alle quali ero solito orientarmi, e relazionarmi alle posizioni altrui, sono, a mio avviso, categorie che, più che agevolare la comprensione del reale, la limitano, impedendo, di fatto, un’appropriata decodificazione delle dinamiche e delle situazioni che ci troviamo di fronte. Per quanto, come brevemente cercherò di mostrare, abbiano perso capacità esplicativa, esse continuano a vivere nella mente delle persone. La mia idea è che esse vanno a soddisfare un bisogno di identificazione e, corrispondentemente, di esclusione; soddisfano l’innata tendenza alla faziosità, al campanilismo; soddisfano l’esigenza di pensare il mondo per estremi, per contrapposizioni: bianco e nero, guelfi e ghibellini, comunisti e fascisti. Da un lato quelli come noi, dall’altro quelli diversi da noi; da un lato i miei amici, dall’altro i miei nemici. Soddisfano, infine, l’esigenza, connaturata alle dinamiche clientelari dell’attuale sistema democratico, di ricevere (e concedere, se ci poniamo dal lato dei partiti) favori, concessioni, sussidi e risorse nel momento in cui il nostro gruppo di riferimento arrivi a prendere il potere.

Nell’uomo esiste una manifesta propensione alla partigianeria. Sembra quasi che se non ci si schiera, se non si tiene per una parte piuttosto che per un’altra, non si venga percepiti. Tale fenomeno lo si osserva fin dalle età più tenere. Pensate a quanto forte è tra gli adolescenti: essere di destra piuttosto che di sinistra, vestire in un modo piuttosto che in un altro. Essere una “zecca” o un “fascio”, come si dice a Roma; uno che frequenta certi posti, certa gente, piuttosto che altri posti ed altre persone. Da un lato questo è un meccanismo di identificazione: serve a chi ci incontra a capire cosa si trova di fronte; a diminuire il rischio dell’ignoto; se sai che persone frequento, quali sono le mie idee politiche, e così via, allora è più facile inquadrarmi. Dall’altra funge come meccanismo escludente: se non sei della mia parte, allora sei della parte avversa. Il mondo, le aspettative collettive, ci chiedono di militare; si aspettano il nostro esser faziosi; ed è difficilissimo sottrarsi a tale aspettativa, tanto più quando si è giovani, quando si è come un vaso vuoto che non aspetta altro che esser riempito. In quel periodo in cui, noi stessi ignari del “chi si è”, ci si illude di definirlo attraverso l’affiliazione, la militanza, il far parte di qualcosa di più grande di noi, che diventa così a pieno titolo parte integrante della nostra identità. D’altronde è un meccanismo che affonda nella notte dei tempi, al punto da esser insito nel nostro esser uomini; non far parte d’un gruppo, d’una tribù, nei tempi antichi corrispondeva ad andare incontro a morte quasi certa; non si poteva sopravvivere (o era comunque molto difficile) senza l’affiliazione e il sostegno d’un gruppo. È innaturale far parte a sé.

Tale tendenza non è però scevra da problemi: l’aderire ad un gruppo, lo sposarne gusti, atteggiamenti, pensieri e modi di vedere la vita, se ad un certo punto della vita può fungere da puntello alla nostra identità, col passare del tempo rischia di tramutarsi in un intralcio, in una sorta di vestito oramai troppo piccolo, che mal si adatta alla figura. Tuttavia molte persone preferiscono tenersi un vestito palesemente inadeguato, piuttosto che buttarlo a mare, decidendo di ritagliarsene uno su misura. Parlando fuori di metafora, ciò che voglio sostenere è che l’individualità è gravemente ostacolata dall’aderire pedissequamente, e per troppo tempo, alle tesi d’un gruppo (di qualsiasi gruppo si stia parlando). Diventare compiutamente individui significa avere il coraggio di rinunciare alle facili contrapposizioni partigiane, ma significa anche tradire, rinnegare la parte per cui si è militato. Con il rischio, se la militanza per quel gruppo era percepita come parte di noi stessi, di percepire il tradimento come tradimento verso se stessi. Significa rendersi conto che la logica secondo cui noi, e quelli come noi, sono quelli buoni, quelli che hanno capito; mentre gli altri sbagliano e non hanno capito nulla, è una logica deficitaria. Ma alla quale è impegnativo sottrarsi. E’ difficile anche perché, se la collettività ragiona in base a contrapposizioni perlopiù binarie, se ti opponi ad A, allora sei classificato ceteris paribus come sostenitore di B; e viceversa.

Anche per l’esistenza di tale robusta impostazione, è divenuto arduo accorgersi che i partiti che si sono nell’ultimo secolo fatti portatori di istanze, in origine anche distanti, a conti fatti hanno agito esattamente nella stessa direzione, differenziandosi, per motivi di marketing, solo a livello di retorica.Tutti hanno spinto verso l’edificazione d’uno stato sempre più grande, sempre più invadente, sempre più totalitario. I dati sull’incidenza del peso dello stato sul Pil in tutte le nazioni del mondo sviluppato sono li a dimostrarlo; tutti hanno, infine, scorto nello stato un modo per rafforzare il proprio potere.

Ancora oggi pensiamo che esser di destra o di sinistra costituisca un porsi su due punti idealmente distantissimi, espressioni di interpretazioni divergenti del mondo. Ma è sufficiente ascoltare senza preconcetti quel che dicono da un lato i militanti di Casa Pound, dall’altro i militanti d’un qualsiasi centro sociale di sinistra, per rendersi conto che dicono esattamente le stesse cose. In forma meno estrema basterebbe sentire i comizi d’un Bertinotti, e d’uno Storace, per rendersi immediatamente conto di quanto le loro posizioni siano largamente similari. In casi come questo non solo ci troviamo di fronte a formazioni politiche che, quando si sono trovate a dover gestire il potere hanno agito esattamente nella stessa direzione: abbiamo di fronte formazioni che si dichiarano antitetiche, ma che dicono le stesse identiche cose. E neanche questo basta a palesare, agli occhi dei più, quanto il re sia nudo.

Un po’ più sofisticate appaiono le formazioni principali dell’attuale panorama politico italiano, quali PD e PDL; che perlomeno tentano di marcare le reciproche differenze, diversificando lo stile comunicativo. Ma anche qui, basterebbe un po’ d’analisi storica per rendersi conto di quale balla totale si tratti. Nel 1852 un Marx particolarmente lucido scriveva: “come nella vita privata facciamo distinzione tra quello che una persona pensa e dice di sé stessa e quello che essa realmente è e fa, così nelle lotte politiche occorre distinguere ancor più le enunciazioni e i bei discorsi dei partiti da quello che è il loro reale essere e i loro reali interessi, la loro concezione di sé stessi dalla loro realtà” .

Politici di destra come di sinistra, liberali e socialisti, pro-mercato e contro il mercato, tutti (fuori di qualche sparutissima eccezione) hanno contribuito all’edificazione del regime contemporaneo; e ancor di più dell’uomo contemporaneo, ridotto al rango di consumatore imbelle, che non a torto Marcuse non esitava a definire “ad una dimensione”. Ideologie come liberalismo e socialismo che, seppur in divergenza su taluni punti, in origine miravano all’emancipazione dell’uomo; che cullavano valori come l’autonomia, l’autogoverno, la cooperazione e il libero scambio, hanno subito un pervertimento totale ad opera dei politici che se ne sono fatti interpreti; sono riusciti a piegare tali concezioni ai loro voleri al punto da trasformarle in ideologie a supporto della macchina statale:  “Nella realtà dei fatti, da lungo tempo, liberalismo e socialismo non sono altro che due foglie di fico ideologiche che servono a dare una parvenza di nobiltà intellettuale allo stato e a coprire gli esponenti politici delle due ideologie mentre rubano a piene mani, con la destra e con la sinistra, nascondendosi dietro un presunto interesse pubblico.” (Fonte)

Statalismo e nazionalismo sono gli ombrelli sotto cui si sono accomodati i partiti di tutti i segni e colori; e nemmeno i clamorosi esiti in termini di crisi, guerre, stermini di massa e quanto altro gli stati di tutto il mondo hanno conseguito nell’ultimo secolo, sono serviti a minare la fede nell’ultimo vero oggetto sacrale rimasto all’uomo contemporaneo: lo Stato. Facendo mostra a  ritmi alterni del volto feroce, come del volto benevolo; riuscendo, grazie alle leve della scuola di stato, delle burocrazie e degli apparati amministrativi, degli intellettuali, a convincere tutti che senza stato non v’è salvezza; che senza stato si cade nell’anarchia, nell’homo homini lupus, nella lotta di tutti contro tutti; che solo mediante esso si può far fronte ai problemi che, di volta in volta, ci troviamo ad affrontare; che la soluzione alle crisi economiche è, guarda caso, un più massiccio intervento dello stato. E non è un caso se, ad ogni episodio di crisi verificatosi nell’ultimo secolo, lo stato ha colto la palla al balzo al fine d’estendere i propri poteri, e per diminuire, contestualmente, lo spazio di libertà ed autodeterminazione delle persone; successe nel ’29, cui si rispose con il New Deal; successe con le guerre mondiali, durante le quali lo stato si trovò ad aumentare il proprio controllo sulla società e la propria produzione a fini bellici, senza poi tornare ai livelli antecedenti; è successo dopo l’11 settembre, con la sospensione di diritti che sembravano indisponibili, ed acconsentendo a violazioni della privacy, in nome della sicurezza, impensabili fino a qualche tempo fa.

E non ci si faccia ingannare dall’apparente svolta neo-liberale a cavallo tra anni 80 e 90, portatrice  di apparenti misure liberali quali liberalizzazioni, privatizzazioni, deregolamentazioni e quanto altro; non sono infatti queste misure tali da aver realmente intaccato il potere di stato (al più ne hanno momentaneamente frenato l’espansione); più verosimilmente lo hanno rimodulato; invece che occuparsi in prima persona della produzione della gran parte dei servizi, come negli anni ’60 e ’70, si è deciso di appaltarla, in modo da aumentare la produttività, limitandosi poi a fungere da esattori di quanto prodotto, mediante il prelievo fiscale; si sprona le mucche a mungere sempre più latte, e poi glielo si sottrae: “In altre parole, la nuova concezione del ruolo dello stato è quella di lasciare più spazio all’economia perché lavori (quasi) indisturbata in modo che produca beni e servizi in quantità crescente. L’obiettivo è quello di drenare risorse da un apparato produttivo più efficiente attraverso un elevato prelievo su beni e servizi (in Europa l’imposta sui consumi va mediamente dal 15 al 20% del prezzo finale). Le risorse così assorbite sono quindi utilizzate per pagare i servitori dello stato, per assistere, per quanto possibile, alcune categorie di sudditi dello stato, e per proteggere i governanti da quelle che sono ritenute minacce all’interno e dall’esterno (dissidenti, immigrati, minoranze).“ (Fonte)

L’unico che, recentemente, sia andato vicino a dichiarare il re nudo in pubblico è stato Grillo, quando ha detto, nei suoi soliti “civilissimi toni”, che i partiti sono tutti uguali, che fanno tutti le stesse cose, ed al fondo pensano anche le stesse cose. L’ unica differenza riscontrabile tra i diversi partiti è nei gruppi che poi si ritrovano ad esser beneficiati della ascesa al potere del partito X piuttosto che Y.

Distinzioni false, di facciata; che, pur tuttavia, per i motivi che abbiamo sopra espresso, continuano a sussistere, a condizionare l’agire e il pensare delle persone; complice una situazione materiale ben definita, ma complice anche la struttura mentale dell’uomo, spontaneamente portato a ragionare per contrapposizioni elementari. Ciò lo si evince, ad esempio, dai proclami dei supporters dei vari gruppi/partiti, che da un lato continuano a inveire contro il capitalismo o contro il liberismo. Senza rendersi conto che il capitalismo originario si è nel tempo trasformato in qualcosa di estremamente diverso, sino a snaturarsi del tutto; che è molto più correttamente descrivibile con il termine di neo-mercantilismo, stante la realtà che abbiamo quotidianamente di fronte; non è un caso che in situazioni di difficoltà e crisi economica, si richieda che proprio lo stato debba far qualcosa. Perché è precisamente lui, e le sue nuove incarnazioni sovranazionali, l’attore protagonista di questo film dell’orrore nel quale viviamo.
Così come i (pochi per la verità) supporters delle idee liberali, che se la prendono con le idee socialiste, non avvedendosi di quanto l’attuale sistema abbia ben poco a che spartire con le originarie idee dei padri del socialismo, quali Charles Fourier,  Robert Owen, Proudhon, ed in parte lo stesso Marx; non s’avvedono che le originarie aspirazioni di questi pensatori non miravano al rafforzamento del potere totalitario di stato (anche se Marx contribuì non poco nel far affermare un tale tipo equivoco); tali socialisti classici erano favorevoli alla produzione industriale ed al libero scambio, favorevoli al godimento della proprietà da parte di tutti, favorevoli all’emancipazione materiale e intellettuale di tutti gli individui. Erano convintamente internazionalisti, contro le barriere doganali per merci e persone, convinti che con lo scambio e la cooperazione si sarebbero conseguiti livelli di pace e di benessere più elevati per tutti. Tutti obiettivi traditi dai successivi sviluppi; tutti obiettivi, infatti, inesorabilmente  in contrasto con il rafforzamento dei singoli stati, interessati al proprio consolidamento, ed in lotta con gli altri stati prima militarmente, ed oggi economicamente.

Come il liberalismo padronale costituiva un pervertimento delle originarie idee liberali, così il socialismo autoritario, che ha creduto di poter emancipare l’uomo servendosi del potere statale, ha costituito un pervertimento degli antichi ideali socialisti. Ideali rinnegati da ambedue le parti; parti in ultima istanza concordi nella volontà consolidare il proprio potere sulla società; concordi nell’estrarre più risorse possibili da indirizzare in clientele e sostegni elettorali; uguali nella sostanza, diversi quanto diversi possono essere un jeans della Levi’s e della Diesel; pura diversità di facciata.

Se le contrapposizioni, come spero di aver mostrato, sono fittizie, la prima cosa da fare è smettere di parteggiare per gli uni piuttosto che per gli altri; ogni volta che si parteggia, che si partecipa al circo democratico/elettorale, si manifesta un implicito consenso verso la vera ideologia sottostante, di cui tutte le parti in causa, senza esclusione, sono espressione: lo statalismo. Destra e sinistra, capitalisti e anticapitalisti, liberali e socialisti, sono lati di uno stesso dado: lo stato.

Opporsi all’una piuttosto che all’altra; parteggiare per l’una piuttosto che per l’altra, significa parteggiare per lo stato; e, quindi, contro le persone, contro la libertà, contro la creatività e l’innovazione. Misure apparentemente liberali come privatizzazioni e liberalizzazioni, hanno avuto la conseguenza di mantenere meglio di prima a galla questo mostro, illudendo le persone circa una maggiore libertà di azione; e se questo significa esser liberali, allora io non lo sono, e non posso più dichiararmi tale. Allo stesso tempo spero che gli amici socialisti si rendano conto che le politiche, che per tanti anni sono state portate avanti dai partiti di sinistra, nulla hanno a che spartire con l’originario contenuto cui alludevo prima.

Se come me trovate insostenibile la situazione nella quale siamo precipitati, risulta evidente che è impossibile parteggiare per una parte o per l’altra. E’ invece necessario fuoriuscire dall’empasse delle false contrapposizioni, iniziare a pensare al di là di queste, rinunciando alla naturale tendenza alla faziosità ed al campanilismo, permanendo nella quale non facciamo altro che alimentare quel che invece dovremmo osteggiare.

Tratto da http://thefielder.net/