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New: La non accettazione di sè – Parte Prima

febbraio 12, 2010

Riflettevo in questi giorni su un tema annoso: la non accettazione di sè.

Dunque, quali sono gli eventi che portano a non accettare noi stessi?

La non accettazione di sè è, al 95%, frutto del confronto con l’esterno; e per capire questo, basta fingersi un ipotetico Robinson Crusoe: sulla sua bella isola deserta, la preoccupazione principe è il capire come fare a sopravvivere; egli si preoccuperà di scacciare gli animali feroci, e di trovare cibo che lo sfami a sufficienza; Robinson non ha problemi di accettazione di sè; è isolato, non fa parte di una comunità che può accettarlo, respingerlo, o altro.

Dal momento che l’uomo è un animale sociale, il problema si inquadra a partire dalla classica analisi di Hegel: ogni coscienza è autocoscienza, che si forma tramite il rapportarsi del soggetto con l’oggetto; in altri termini, è il frutto dell’incontro di ogni persona con la realtà e con le persone di cui questa è popolata.

Mi pare evidente che l’identità di un soggetto sia frutto del rapporto da un lato con noi stessi, dall’altro del rapporto che questo stesso rapporto ha con gli altri; è tramite il confronto, il dialogo, lo scontro, che noi riusciamo a porre noi stessi come distinti dal resto degli altri, ponendo l’io da una parte, il non-io dall’altra.

In altre parole, la nostra è un identità sociale: tutto quello che un uomo deve imparare, all’inizio della sua vita lo impara per imitazione: si impara a parlare imitanto i nostri genitori che parlano ( o chi per loro); sviluppiamo le nostre preferenze, i nostri gusti, le nostre abilità per via imitativa.
E questo ce lo portiamo per il resto della vita: anche quando non abbiamo piu’ bisogno di tale confronto, continuiamo a percepire la necessità di un’approvazione delle nostre azioni dall’esterno, o meglio, la necessità di un riscontro esterno.

A questo punto la domanda di partenza: perchè uno non si accetta?

Questa deriva dal mancato incontro tra l’idea che abbiamo circa noi stessi, e l’idea che ci ributtano in faccia gli altri (e, badate, questo non un gioco che si fa una volta per tutte, ma è un work in progress)

Banalmente, il piu’ delle volte il blocco si presenta quando, in genere nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, ci si rende conto che il nostro modo di relazionarci, di comunicare con il mondo, non risulta funzionale ai nostri bisogni. Vorremmo scopare, ma non ci riusciamo; vorremmo fare i capibranco, ma non siamo all’altezza.

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4 commenti
  1. raffaele permalink

    E se il problema fosse esattamente l’opposto? Mi spiego. Tu dici che non ci accettiamo, in una certa misura (a giudicare da quello che hai scritto in una misura prevalente), perchè le nostre azioni (da quello che facciamo materialmente al nostro vestire), i nostri pensieri e tutto quello che comunichiamo all’esterno, spesso non lo riteniamo adeguato perchè non riceviamo una reazione dall’esterno che soddisfi le nostre apettative. Ora. Questo secondo me è senz’altro vero. Però a mio avviso può accadere che non ci si accetti per il motivo opposto. Parlo delle cose che ci arrivano dall’esterno (e non, come detto prima, di quello che noi comunichiamo all’esterno). Parlo quindi di non accettarsi perchè non si accetta quello che c’è intorno. E non si capisce perchè quello che c’è attorno non ti aggrada come magari fa stare a suo agio il tuo amico. Nel primo caso non ci si accetta perchè si percepisce (passami il termine, anche se credo sia qualcosa di più profondo) di non essere all’altezza di integrarsi in quel contesto. Nell’altro caso non ci si accetta perchè, oltre a mettere in discussione la propria identità (l’amico che sta a suo agio in un conetesto a te scomodo), si mette in discussione anche il contesto. Non so se mi sono spiegato. Forse, quello che ho appena detto è un passo successivo. Forse si escludono a vicenda. Forse esistono entrambi. Forse lo spiegherai nella parte seconda.

  2. ribellionedellemasse permalink

    In realtà l’articolo è già interamente presente sul sito, quindi puoi già leggerlo da cima a fondo!

    La tua domanda esula un attimo da quello che tratto nell’articolo, ma è molto interessante.

    Vedi, io penso che la non accettazione, in qualunque modo la possiamo mettere, sia un errore! Poniamo che io sia un povero cristo che di botto si trova sul lastrico, con figli a carico ecc, e non sa, ahiluiu, che cazzarola fare per andare avanti! Dire a questo che deve accettare la situazione, è un consiglio giusto e sbagliato allo stesso tempo; è giusto perchè accettare una situazione vuol dire porsi da una parte e dire: OK, è così, sono successe le seguenti cose che mi hanno portato allo stato dei fatti attuali. Il passato non si può cambiare per definizione, si può solo agire per cambiare quello che sarà (e che potrà essere); è sbagliato se la si intende come passività, come rassegnazione, come riconoscimento dell’impossibilità di cambiare alcunchè.

    Che voglio dire quindi?
    Voglio dire che accettare una situazione è l’unico modo serio che abbiamo per porci realmente e concretamente di fronte a questa situazione:; la si accetta, per poi andare avanti, e cambiare cosa non ci aggrada.

    In secondo luogo; mi pare che metti in campo campo due cose diverse; da un lato dici che il contesto non ti aggrada, e non capisci perchè invece quello stesso contesto sia gradito ad un tuo amico; poi dici di non credere di essere all’altezza di integrarti in quel contesto. Il che mi sembrano due cose diverse!

    Se a me non piace un contesto, bisogna vedere il perchè, cioè, se è una cosa primaria o derivata! Se non mi piace perchè in contrasto con i miei valori basilari, allora me ne fotto! E’ lui ad essere sbagliato, non io! Come se venissi messo in un contesto di camorristi! L’unico mio desiderio sarebbe fuggirne!

    Se non mi piace perchè in quel contesto non riesco a soddisfare i miei bisogni primari (sui quali si può discutere, è difficile definirli in modo univoco), se cioè io sono non funzionante, il problema si presenta sotto una luce diversa! Sono io che non sono stato in grado di sviluppare capacità vincenti relativamente al contesto; il che implica che, se vivessimo nella savana, ed io fossi un leone, sarei un leone morto, e morto senza riuscire a tramandare nulla dei propri geni (morto quindi due volte)

    Se non mi reputo all’altezza, è perchè non riesco ad interagire in modo funzionale in quel tipo di contesto, e rientra nell’analisi cui sopra!

    Sono brutale forse in questa visione che sto sviluppando, ma la vedo molto come “homo homini lupus”: dobbiamo capire quali sono i nostri bisogni, ed ingegnarci al fine di ottenerlo!

    E’ finito il tempo delle facile recriminazioni, del piagnucolare da femminuccia; bisogna agire, darsi da fare CAZZO! E lo dico a te, ma lo dico soprattutto a me stesso!

    P.S non mi va di rileggerlo e sono le 4, perdona qualche mia svista o imprecisione, magari ci ritorno su!!

  3. Vittorioilledersciupafemmine permalink

    vedi,tu scrivi senza alcun dubbio cose giuste,ma voglio contraddirti..vedi,credo che sia quell’improvvisa voglia di dimostrare a se stesso di essere migliore di ciò che si è stati che porti all’insoddisfazione di per se,può non riuscire ad essere capobranco solo chi si fassa col voler essere il capobranco.Desiderare di essere un”capobranco”o un gran sciupa femmine dall’oggi al domani implica il cambiamento nella finzione,e non la crescita interiore,ciò alla lunga porta senza dubbio alla perdita della propria personalità reale,e provoca una confusione tale da farti dimenticare che all’inizio era tutta scena..strani questi processi mentali,ancora non mi sono reso conto precisamente di quando avvengano e perchè,riscontro più volte nelle persone atteggiamenti che mi fanno pensare che un pò tutti si creino questi falsi obbiettivi,raggiungendo però la perdite della propria autostima..quindi a mio parere non esiste il leder che fingendo di essere un gran figo riesce a domare il popolo,esiste la persona estremamente ammirata per la propria apertura mentale..niente leoni morti..quello che fotte le persone è il fatto che spesso ci si dimentica delle proprie origini,chiudendosi in quella maschera progettata da una malsana e banalmente ambiziosa parte della nostra mente si finisce col perdere la libertà di essere diversi e liberi..LIBERI E RILASSATI..Io penso che i veri vincenti siano coloro che riescano a trovare e mantenere la serenità anche nei momenti difficili,e penso che il resto sia tutta fortuna..concludendo ritengo che il primo passo verso il conflitto con te stesso sia la volontà di cambiamento immediato,si finisce col perdere mesi pensando sempre di doversi sbrigare..CIAOO

  4. Vittorioilledersciupafemmine permalink

    non ti sto venendo contro anzi cerco di aprire una discussione sull’aspetto della questione puramente sociale

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