Nietzsche e i miei 17 anni

Pubblicato il maggio 21, 2011

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ci sono stati alcuni momenti cardine in cui ho iniziato “a farmi una cultura”, anche se è definizione che vuol dire poco, perchè nessuno si fa una cultura con lo scopo di farsi una cultura; è una conseguenza, non uno scopo

il primo episodio fu l’estate tra il terzo e il quarto anno di liceo; all’epoca non era ancora particolarmente interessato alle materie umanistiche, alla lettura, alla filosofia; non che andassi male a scuola, ma studiavo (come ho sempre fatto) perchè andava fatto, non chissà per qualche mia voluttà personale

in quel periodo un amico di mio padre si doveva liberare di un sacco di cianfrusaglie che giacevano inutilizzate nella propria cantina;  tra queste v’era un bel pacco di libri, per la verità abbastanza vecchi e malandati; il tipo voleva buttarli, mio padre li prese e li mise sulla nostra soffitta; per puro caso un giorno mi trovai a spulciare pigramente tra questi libri;  fui colpito da uno: La morte di Ivan Ilich, di Leone Tolstoj; la cosa che mi colpì inzialmente, facendomi ridere, era che non c’era scritto sulla copertina Lev Tolstoj, (come avevo sempre visto scritto) ma era stato italianizzato in Leone Tolstoi (sotto il fascismo era la regola italianizzare i nomi stranieri, ma all’epoca non lo sapevo)

era breve, al massimo 200 pagine;iniziai, un po’ per gioco, a leggerlo;  a dispetto delle previsioni, mi prese un sacco, e lo finii in men che non si dica; il libro  era una disperata riflessione sulla inautenticità del vivere umano; questo tizio, il protagonista, scopre di essere malato di tumore, e col tempo si renderà conto, via via sempre di più, del fatto che stava per morire, si, proprio lui, non un altro, non il generico “si muore” perchè tutti muoiono prima o poi; ma proprio lui, Ivan Illich stava morendo; lui, che fino ad allora aveva vissuto nel “si vive”, facendo quel che fanno più meno tutti, quindi studio, lavoro, famiglia, figli, ricerca di soldi onore e successo, mentre stava per morire si accorge si non aver veramente vissuto, che la sua vita era stata una inutile menzogna di cui ora non gli fregava più nulla;

era forse la prima volta che prendevo coscienza, grazie a tolstoj, dell’esistenza del problema della vita umana, le classiche questioni del tipo “chi siamo, perchè vivamo, dove andiamo ecc”;

fortemente colpito da tolstoj, non so bene perchè, mi innamorai così dell’idea di leggere guerra e pace; sapevo a stento di cosa parlasse, ma questo mattone dell’ dell’800, di cui tutti millantavano la difficoltà, la pallosità ecc volevo proprio leggermelo; mi attirò probabilmente anche l’elemento elitario, il fatto che in pochi lo avessero letto ( e nessuno che conoscevo lo aveva fatto); stessa cosa mi sarebbe capitata dopo qualche anno con proust, questo francese pazzo, superindigesto e incomprensibile (secondo la vulgata) ma la cui opera aveva un nome così liquido e così eccitante: la recherche; giuro che mi eccitavo solo a dirlo… Recherche…

comunque sia, non fu uno scherzo, ma in 2 settimane (avevo il vincolo di riportarlo indietro in biblioteca) lessi guerra e pace, e di questo ne andai orgoglioso per un bel po’ ; la cosa divenne una consuetudine, e da li in avanti consacrai varie estati alla lettura dei classici, sopratutto russi (dopo tolstoj, fu la volta di dostojesky, checov, bulgakov, pasternak…)

il secondo episodio riguarda la scoperta della filosofia: come dicevo, fino ai 17 anni onestamente dei filosofi mi fregava ben poco; accade in un periodo nel quale ero malato, avevo un tonsillite o giù di li e avrei dovuto comunque andare interrogato in filosofia; viceversa sarei risultato non classificato nelle pagelle di metà quadrimestre; se non ricordo male dovevo portare cartesio e pascal;

il fatto che fossi malato, in una condizione alterata rispetto al normale, credo sia stato decisivo; per la prima volta infatti, leggendo dei passi dai pensieri di pascal, scoprii che le cose di cui parlavano sti filosofi, e che fino a quel momento mi era sembrate vacue chiacchere, in realtà parlavano di me; sia chiaro, non di me J.P., ma di me in quanto essere umano; mi colpì particolarmente il paragonare l’uomo a un fuscello; L’uomo non è che un fuscello, il più debole della natura, ma è un fuscello che pensa, che ha consapevolezza di esser tale; pensiero sbalorditivo per il me stesso dell’epoca

la chiave esistenzialista, scoperta prima di sapere qualsiasi cosa sugli esistenzialisti, mi fece cambiare il modo in cui guardavo quelli che fino a poco prima mi sembravano solo astruserie prive di senso; da qui in avanti mi nacque una voglia matta di leggere queste cose, di saperne sempre di più;

da li a breve avrei scoperto anche Nieztsche, ed il suo Zarathustra: libro che mi sconvolse, un modo di fare filosofia inaudito, e anche questo,anzi questo più di tutti, trovai che mi parlava; per quanto fosse aforismatico e fumoso, qualcosa mi arrivava, e credetti (sopratutto duranti certe notti particolarmente desolate) credetti di parlare veramente con federico nietzsche, e che lui avesse scritto proprio per me, per dare un senso alle mie ansie, per trovare una spiegazione ai miei tormenti;

il fatto che non fossi il solo a pensare, stuggermi e intossicarmi la vita su certe questioni, rendeva il mio tempo meglio sopportabile…

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