“Ha il cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhiello, e sul candido gilet un papillon di seta blu”: con queste parole in Vecchio frac, una delle sue canzoni più famose, Domenico Modugno nel 1955 ricorderà con commozione, un anno dopo la scomparsa, il leggendario principe siciliano Raimondo Lanza di Trabia.
Misterioso tombeur de femmes, personaggio fascinoso e brillante, doppiogiochista imprevedibile, il principe e la sua fulminea vicenda si perdono sfuggenti tra le pieghe reali e fantastiche della storia del Novecento italiano, e non solo. Ma il suo alone mitico non accenna a dissolversi. Si narra che sia stato il fidanzato di Susanna Agnelli ( in “Vestivamo alla marinara” gli dedica quasi centocinquanta pagine. Quando la incontrò le disse subito: «Tutte le donne si innamorano di me, ti prego, non farlo anche tu». Lei alta, quasi altezzosa, invero timida e anche più riservata della media, con quell’accento inconfondibile, gli disse di non preoccuparsi, perché non c’era pericolo. Accadde, invece. Quell’amore si mangiò la sua giovinezza, con quel principe amatissimo e sempre scalzo come nelle favole. Lui le preferì un’attricetta – proprio quando il fidanzamento stava entrando nel pieno – e quindi non se ne fece più niente)
Restò un’amicizia dorata, tipica di chi si lascia senza volerlo mai veramente, e un’amicizia solida con Gianni Agnelli, che lo aiuterà poi economicamente.
Venne la guerra in Spagna dove Raimondo fece l’agente segreto e si trovò in situazioni strane, ricordate anche da quella penna liquida che fu di Giancarlo Fusco, in L’Italia al dente .Inseguì i reali, quando partirono all’alba per Brindisi, uscendo da una porta secondaria di via Napoli.
Il 9 di settembre del 1943, su ordine del generale Carboni, riuscì a intercettare, ferma a un passaggio a livello, l’auto con le insegne reali, guidoncini azzurri (colore dei Savoia) e cinque stelle d’oro, insegne del primo maresciallo dell’Impero. Si avvicinò al Re e gli sparò a bruciapelo: «Sono Raimondo Lanza, ufficiale di ordinanza del generale Carboni. Il generale aspetta ordini. Mi ha mandato a chiedere ordini:cosa deve fare?». Il Re lo guardò e – lì restò – muto. Badoglio, invece: «Gli dica di fare quello che può, che si arrangi».
La vita continuò. Riccardo patì la morte della nonna, la principessa Giulia, colei che gli aveva lasciato un miliardo circa in eredità, una fortuna che polverizzò in brevissimo tempo. Restarono i suoi scherzi, pungenti come il fumo, tanto da doversi rinchiudere due settimane nel proprio castello con un maestro di scherma per fronteggiare in un duello al primo sangue il barone Arcangelo Alù, al quale aveva fatto svaporare con un trucco la presidenza del Palermo. Vinse quel duello, ma di lì la vita terminò di essere dolce come le zagare.
Le corse con le auto per la Targa Florio, il matrimonio con l’attrice Olga Villi, una bruna con gambe lunghe fino alla luna ed uno sguardo che non si capacitava di un uomo così, amante notturno e cacciatore di tigri di giorno in India, e poi l’alcool. Una vita sempre di corsa, quasi in fuga da sé stesso, tarantolato.
Morirà suicidandosi a Roma, da una clinica, tuffandosi dal terrazzo e colpendo l’asfalto con la sua figura, abituato com’era a lanciarsi nel vuoto ma stavolta non trovando più le grand bleu. Unico spettatore di quella vita inimitabile, un benzinaio. Il petrolio in Sicilia era stata la sua ossessione durante gli ultimi tempi.


Pubblicato il maggio 11, 2011
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