Il mito di Narciso

•Novembre 19, 2009 • Lascia un Commento

Molto tempo fa, vivevano le Ninfe, bellissime fanciulle, vestite di veli impreziositi da fili d’oro e d’argento. Esse avevano lunghissimi capelli, che pettinavano specchiandosi nei laghetti e nei ruscelli.
Amavano ballare e cantare e la loro voce era talmente melodica che incantava chiunque le sentisse.

Oltre alle Ninfe, c’erano anche i Satiri, giovani fannulloni, sempre pronti a divertirsi ed uno di loro si chiamava Pan. Pan, era il dio dei pastori, il suo aspetto era orribile e deforme; al posto dei piedi aveva due zoccoli da caprone, il suo viso era rugoso e le sue orecchie erano appuntite.

Inoltre sulla fronte, aveva due corna da capra che lo rendevano pauroso. Pan trascorreva intere giornate a suonare il suo flauto fatto di canne e spesso cantava.Un giorno, egli udì una bellissima voce provenire da un cespuglio; subito si mise a sbirciare e vide una bellissima Ninfa che raccoglieva fiori.

Il suo nome era Eco e Pan, fu talmente incantato dalla sua bellezza che le si avvicinò e disse:” Oh, stupenda creatura, tu sarai la mia sposa!”. Eco rimase terrorizzata alla vista di quell’essere mostruoso e subito corse via urlando e pregando Pan di lasciarla in pace.Ma Pan non smetteva di inseguirla e la Ninfa cercava di nascondersi nel bosco, finché sfinita trovò una caverna ed entrò per rifugiarsi.

Eco era innamorata di Narciso, un bellissimo giovane, che amava la caccia, e, ancora piena di spavento incominciò a chiamarlo sperando che accorresse in suo aiuto.

Eco lo chiamò per ore ed ore, ma Narciso non arrivava.

La povera Ninfa trascorse così giorni e giorni nascosta nella buia caverna chiamando continuamente il suo amato, ma inutilmente.
Narciso,aveva un cuore arido ed era talmente pieno di superbia e fiero di sé che non aveva attenzioni per nessuno tranne di sé stesso. Un giorno, mentre cacciava, udì le invocazioni di Eco e, quando capì dalla voce che si trattava di lei, si avvicinò alla caverna e disse:” Devo continuare la caccia, non posso perdere tempo… poi per una Ninfa” e proseguì.

Gli dei, che dall’Olimpo avevano visto il comportamento di Narciso, decisero che una simile crudeltà non poteva rimanere impunita.Così decisero che, Narciso, dal cuore di pietra, dovesse provare sentimento soltanto per sé stesso e per la sua bellezza. Trascorsero giorni e intanto faceva molto caldo e, il giovane, stanco e assetato si mise in cerca di uno stagno per dissetarsi.

Quando lo trovò si sporse per bere e vide la sua immagine riflessa nell’acqua e,sbalordito esclamò:” Che sublime bellezza, non posso più vivere senza che essa risplenda continuamente nei miei occhi”.Narciso s’innamorò all’istante di sé stesso e da quel momento rimase fermo immobile senza mai staccare il suo volto riflesso nello stagno, come in preda ad un incantesimo. Intanto il sole iniziava a calare e, Narciso cominciava a perdere le forze, non riusciva a muoversi e il suo viso piano piano impallidiva sempre più. Rimase così a lungo finché non morì.

Narciso e Oscar Wilde

Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si mutò da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse e le Oreadi vennero piangendo attra¬verso i boschi per cantare allo stagno e confortarlo. E quando videro che lo stagno s’era mutato da una tazza di dolci acque in una tazza di acque salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono verso lo stagno e dissero:

Noi non ci meravigliamo che tu pianga tanto Narciso, perché egli era davvero bellissimo -

Ma era bello Narciso? – disse lo stagno.

Chi potrebbe saperlo meglio di te? – risposero le Oreadi.

Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza. -
Allora lo stagno rispose: – Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo sempre specchiata la mia bellezza -» OSCAR WILDE.

Asa – Eye adaba

•Novembre 10, 2009 • Lascia un Commento

Born Bukola Elemide, Aṣa was born in Paris, France to Nigerian parents. She was two years old when her family returned to live in Nigeria. Aṣa grew up in Lagos, in the south-western part of Nigeria. She states that the city is “buzzing with energy but also home to a deep-rooted spirituality. Islam thrives shoulder to shoulder with Christianity in an atmosphere of tolerance, and the turbulent city moves endlessly in an infernal and yet harmonious ballet of love and hate, laughter and violence, poverty and wealth.” However twenty years later Aṣa returned to Paris, which is where her life as an artist took wing. Aṣa was twelve when her mother sent her to one of the best schools in Nigeria. But educational excellence had a bitter taste : five years of studies and hardship. When she came home, she discovered Erykah Badu, D’Angelo, Raphael Saadiq, Lauryn Hill, Femi Kuti and Angélique Kidjo, in whose footprints she dreamed of following. At 18, Asa was very familiar with frustration. The university was on strike, the choirs were snubbing her. During these frustrating times, Asa used to lock herself in her room and sing; this she said was very comforting. Nevertheless, she managed to get her voice heard on a few radio talent shows and her first applause brought her boundless pleasure. She then signed up, in secret, for the Peter King’s School of Music and learnt to play guitar in 6 months.

http://en.wikipedia.org/wiki/A%E1%B9%A3a

 

Della seduzione come arte diabolica- parte seconda

•Ottobre 28, 2009 • Lascia un Commento

2) La mistica della sincerità

E veniamo quindi al punto piu’ interessante: parlando di seduzione, andiamo inevitabilmente a parlare di amore; di cos’è, di cosa dovrebbe o non dovrebbe essere.

L’atto della seduzione implica il convincere qualcuno a reputarci “amorevoli”, meritevoli d’amore; se renderci tali, è un qualcosa che si può apprendere, e che quindi qualcuno ci può insegnare, può voler dire, in prima istanza, che l’amore che si può provare per qualcuno non sia piu’ un’affinità elettiva, una scelta che, in realtà, rivela quanto di piu’ profondo ed autentico c’è in noi.
C’è un brano esemplare a proposito di Ortega Y Gasset, che prendo dal suo “Scelta in amore”:

“Ci sono situazioni, circostanze vitali in cui, senza rendersene conto, l’essere umano svela gran parte della sua intimità più decisiva, di quello che autenticamente è. Una di queste situazioni è l’amore. Nella scelta dell’amata l’uomo rivela la propria essenza, così come la donna in quella dell’amato. Il tipo di umanità che mostriamo di preferire nell’altro essere delinea il profilo del nostro cuore”.

Se così è, e stiamo dicendo che l’amore svela una parte essenziale di noi stessi, il pensare che si possa indurre in qualcuno amore per la nostra persona, mercè tecniche, metodi, strategie, implica che il suo amore è non autentico, è un inganno, è dovuto al fumo negli occhi che gettiamo grazie alle nostre arti seduttive.

Siamo così di fronte ad un’altro mito della contemporaneità: la mistica della sincerità.

Si sceglie una persona per quello che è, non per l’immagine artefatta che, mediante tecniche, lui è riuscito a farci pervenire.
Per quanto vecchio di 2500 anni, il mito platonico dell’androgino segato in 2 da Zeus a causa della sua Hybris, della sua tracontanza, è ancora vivo e vegeto nella mentalità attuale: molti hanno la pretesa d’affermare che esistono persone destinate in qualche modo l’una all’altra; e che, a prescindere da strategie, tattiche e quant’altro, nel momento dell’incontro, esse si “sapranno riconoscere”; ricosceranno nell’altro la metà mancante della propria “mela originaria”; se pensiamo l’eros in questo modo, come riconquista della nostra parte perduta, è chiaro che non c’è proprio nulla da insegnare; bisogna sol sperare di trovare il nostro complementare.

Chi sostiene questa posizione ha spesso la pretesa d’affermare che, se i due, al momento dell’incontro, non si prendono, non si riconoscono, allora “non era destino”, “non erano fatti per stare insieme”
Convicere qualcuno ad amarci, convincere qualcuno, che non sia in realtà la nostra metà complementare, significa ingannarlo.
Cito qui alcune affermazioni tratti dai commenti (femminili) all’intervista di cui dicevo prima:

“mai sentito parlare di persone che spontaneamente incrociano uno sguardo, si sentono attratte e poi si trovano naturalmente bene a fare 4 chiacchiere etc etc???.. perchè son così strana se dico che a me un uomo che mi studia, mi analizza, decide cosa mi infastidisce o meno, decide di che argomenti parlare, come assomigliarmi e come essere l’artefice e la guida del nostro incontro non mi piace?? anzi MI IRRITA, perchè non c’è nulla di vero, se non tanta arroganza e tanta “recita”.

O ancora:” il concetto che in mezzo a tutti questi paroloni sembri trascurare è molto semplice: l’ attrazione è una cosa molto semplice, naturale e SPONTANEA.”

Ed è precisamente questa l’idea che si continua ad avere della seduzione: l’arte dell’inganno. Lo stesso Don Giovanni è il personaggio dell’inganno, del travestimento, delle maschere. Come dice molto bene Umberto Curi :
“Don Giovanni – questo, per esempio sia nella versione di Molière, che soprattutto nella versione di Mozart e Da Ponte – ama travestirsi [...]il modello del seduttore seduce solo a condizione di apparire diverso da come è, seduce soltanto travestendosi e, quindi, come se non fosse sicuro del proprio aspetto per poter essere un seduttore [...]Don Giovanni per indurre Zerlina a compiacere ai suoi desideri, gli deve promettere ciò che poi egli non ha nessuna intenzione di mantenere, cioè promette a Zerlina di sposarla. Anche questo è un travestimento”.

Una cosa che in pochi sono disposti a riconoscere è che tutti ingannano; ed il campo amoroso è il territorio eletto dell’inganno; gli AFC, come volgarmenti definiti nei forum, ingannano non meno dei seduttori. E, soprattutto, le femmine ingannano; il trucco, l’abbigliamento, il fare ritroso, le strategie, non costituiscono forse l’essenza del comportamento femminile? La loro suprema preoccupazione non è quella di piacere ad ogni costo, curando meticolosamente il loro apparire, al fine di poter accalappiare il tipo che le piace? Non sono educate a fare questo da sempre? Di cosa parlano le riveste femminili se non di questo?

Come ben dice Carmelo Bene nella sua autobiografia:
“qualunque donna, civettando di un lutto appena accaduto o di Immanuel Kant, estrarrà all’improvviso dalla trousse un po’ d cipria, del rossetto,schiuderà uno specchiettino e comincerà scimmiescamente a pittarsi [...] è il trucco di che consistono; credono di restaurare la facciata, invece sprofondano nel nulla”.

Che dire invece del Lucien de Rubembrè delle Illusioni perdute (Balzac), il quale “non poteva immaginare il cambiamento prodotto da una sciarpa al collo, un abito grazioso, una pettinatura elegante nella persona di Louise”, rimanendo del tutto sorpreso di fronte alla metamorfosi della donna, che non a caso gli “appare irriconoscibile”?

A parti rovesciate, quante volte si è visto un ragazzo che, invaghitosi di una ragazza dedita alla lettura, cercasse poi un punto di contatto con questa, improvvisandosi accanito cultore di Turgenev e Puskin? E’ un fatto scandaloso?
Per una certa mentalità, per chi predica la sincerità ad oltranza si; ma mi pare davvero come la cosa piu’ comune del mondo; le persone hanno sempre agito così; e non sarebbe poi un ingannare il cercare magari di smussare i contrasti, lasciando in ombre certe cose, certi dettagli, enfatizzando solo quel che al momento ci è (o ci sembra) piu’ utile allo scopo?

Ma il fatto che sia reputato scandaloso, quasi immorale, mi fa pensare che risulta tale, agli occhi femminili in particolare, in quanto è una loro prerogativa l’agire in questo modo.

Continua…

Della seduzione come arte diabolica- Parte prima

•Ottobre 27, 2009 • Lascia un Commento

Introduzione

Inizio a postare una serie di articoli dal carattere univocamente storico/teorico; qualcuno potrarli trovarli pallosi come la morte, ma postarli non mi costa nulla, e, se anche solo uno troverà di qualche interesse i miei deliri, beh ne sarò contento; altrimenti, me ne farò comunque una ragione

Alla base di questi articoli c’è una mia ben precisa domanda: è teoricamente giustificato/giustificabile la pretesa di apprendere/insegnare l’arte della seduzione? Oppure libri, metodi, e manuali,  hanno come merito principale, se non unico, quello di spronare ed incentivare all’azione?

C’è una altra cosa che mi vado chiedendo ultimamente:  testi di seduzione, metodi e quant’altro, come sono percepiti all’esterno, dalla persone come a dire, normali? Come è vista l’idea che si possa migliorare, che si possa cambiare certi propri modi di fare, di comportarsi?
Ritengo che siano visti male, come puro fumo negli occhi.

Lasciando da parte le beghe personali, c’è, dietro le critiche, una posizione ben precisa, che, a mio avviso, risulta condivisa dal 95% del mondo esterno ai forum di seduzione; l’idea, cioè, che la seduzione sia un qualcosa di non insegnabile (il pensare che lo sia è, sempre a mio avviso, idea del tutto eversiva nel mondo d’oggi, se non rivoluzionaria; si andrebbe ad incrinare il postulato che, la capacità di acchiappare e sedurre femmine sia dovuta, da un lato ad elementi materiali quali denaro, potere, bellezza ed attraenza fisica, dall’altro, a qualità quasi mistiche, non correttamente inquadrabili ed afferrabili, spesso definite come “quel non so che di…”).

In realtà penso, e ne parlerò piu’ avanti, lo stesso parlare di metodi di seduzione, è, per come lo interpreto, un tentativo di matrice scientifico-illuminista, in quanto si propone di considerare la materia trattata, che di fatto è l’amore, alla stregua di qualsiasi altro fenomeno naturale; il pensarlo non piu’ come sacro, come dovuto a fattori non spiegabili, ma come analizzabile, spiegabile, e, soprattutto, replicabile da chi abbia inteso le dinamiche in modo corretto. Non piu’ l’amore come evento salvifico, e di connessione col trascendente, ma l’amore come fatto materiale, totalmente immanente.

Capirete che, messa così, la questione è davvero scottante; ed è scottante perchè pretende di infrangere uno degli ultimi miti sopravvissuti.

Al solito mi chiedo: perchè? Cosa nasconde questa convinzione? Perchè il semplice parlare di queste tematiche spesso genera fastidio, perplessità, talvolta avversione (specie nelle donne)?

1) Don Giovanni

Quando parliamo di seduzione, e di seduttori, il primo nome che viene in mente (con buona pace di Mistery e dei suoi epigoni) è quello di Don Giovanni: figura leggendaria se non mitologica, i cui tratti affondano nella realtà, come per ogni mito che si rispetti. Non credo che tutti conoscano con esattezza questo mito; i piu’ sanno che questo strano tipo aveva un grande ascendente sulle donne, che se ne è scopate a migliaia, che le disprezzava assai, e che fa una gran brutta fine.

Quello che non tutti sanno è che Don Giovanni finisce all’inferno non per aver “sedotto” un migliaio abbondante di fanciulle, o per il fatto che non le amasse, che le abbia ingannate, o cose simili. Finisce all’inferno perchè è un personaggio diabolico, un empio, un ateo in un periodo in cui la religione aveva ben altro peso e rilevanza di quella che ha nel secolarizzato mondo odierno.

Nelle varie declinazioni dell’opera, ci sono alcune costanti, alcuni episodi caratterizzanti: ad esempio l’incontro con il mendicante, al quale Don Giovanni darà un luigi d’oro, a patto che questi bestemmi; il colloquio con lo spettro, che lo invita a pentirsi finchè è in tempo; l’episodio finale, in ragione del quale l’opera prenderà anche il nome di “convitato di pietra”, cioè l’invito a cena rivolto alla statua del commendatore ucciso dallo stesso Don Giovanni; e sarà proprio la statua a condurre il nostro all’inferno.

Vi starete indi chiedendo: cosa lega tra loro la seduzione, ed il fatto che Don Giovanni fosse un senza dio, un blasfemo, un libertino nel senso proprio dei libertini seicenteschi?

Le lega il fatto che la seduzione è sempre stata vista come un’arte diabolica; la seduzione è storicamente stata vista come un inganno; Circe seduce Ulisse, ma solo mediante l’uso delle sue arti magiche; le sirene provano ad irretire Ulisse tramite il loro canto, e sempre si tratta di un’artifizio, di una magia. Ulisse ama in realtà Penelope, e nulla gli può far cambiare idea.

Se ci pensate, tale idea è passata, anzi, è stata amplificata dalla cristianità; a partire da Eva che tenta Adamo, è strettissimo il legame tra donna-seduzione-diavolo. Molte culture condividono questo timore verso le strane e misteriose doti femminili, ed hanno spesso tentato di imbrigliarle, di frenarle. La stessa bellezza, uno dei fattori principali della seduttività femminile, è stata nel tempo vista come attributo diabolico.

Ma torniamo al mito di Don Giovanni: come dicevo prima, il tema principale del Don Giovanni non risiede nella rappresentazione di uno sfrenato impulso sessuale; non viene punito in ragione del suo smodato collezionismo erotico, o perchè abusi delle grazie femminili, ma perchè, irridendo la morte (il teschio, la blasfemia, il sepolcro funebre), dimostra di non credere al mistero su cui si fonda il cristianesimo. Egli è di fatto un personaggio che compendia in sè, in forma paradigmatica, una violenta critica alla figura del Cristo, ed ai due temi in cui si articola la buona novella, come annunciata nel nuovo testamento: la morte quale evento temporaneo in attesa del giudizio universale, come testimoniato dal cristo che resuscita; l’amore come agape (qui rimando all’enciclica di Ratzi sul tema, in alternativa http://it.wikipedia.org/wiki/Agape_%28sentimento%29).

Continua…

Lullaby

•Ottobre 25, 2009 • Lascia un Commento

Cry me a river

•Ottobre 23, 2009 • Lascia un Commento

Don’t speak

•Ottobre 20, 2009 • Lascia un Commento

Digressione sul conformismo e sul conformarsi

•Ottobre 13, 2009 • Lascia un Commento

Ortega Y Gasset titola un capitolo del suo “La ribellione delle masse”, l’epoca del signorino soddisfatto; la definizione di Ortega è, per molti versi, illuminante circa la condizione dell’uomo massa contemporaneo; ma, per quanto strano possa sembrare, e, per quanto, almeno in apparenza, cozzi col principio di non contraddizione, la nostra epoca è, anche, l’epoca del signorino perennemente insoddisfatto; ma il perché di questo lo vedremo poi.

Perché l’uomo massa è qui definito “soddisfatto”? La soddisfazione di cui parliamo è riferita essenzialmente al sentirsi pago di ciò che si è; e, messa in questi termini, il rischio che fraintendiate quello che voglio dire, è molto alto!

Vista da un’altra prospettiva infatti, l’accettazione di sè è un qualcosa di meraviglioso, e che, di certo, non appartiene all’uomo massa! In termini psicologici, la totale accettazione di quel che si è, non può che essere un punto cui ciascuno di noi tende (o dovrebbe tendere); riuscire a guardarci schiettamente dentro, trovare la forza di accettarci per quello che siamo, con le nostre meschinerie, invidie, gelosie, con tutto quel groviglio di rancori e cattivi sentimenti, evitando, al contempo, il rischio opposto di sottovalutarci, perdendo fiducia nelle nostre capacità; in sostanza, riuscire ad essere onesti con noi stessi circa noi stessi, riconoscendo schiettamente quanto in noi ci sia di positivo e dio negativo, beh, non mi pare affatto malvagia come conquista! Ma qui sto parlando d’altro.

L’uomo massa è pago di sé in quanto si trova e si riconosce simile a chi lo circonda; è soddisfatto per quanto si avvicina ai canoni che, seppur in modo aleatorio e sempre cangiante, e, fortunatamente, non fissati da un’autorità centrale, sono stabiliti per l’oggi. Quanto più’ si trova uguale agli altri, tanto più’ si piace, e si compiace. Se pensa, si sentirà nel giusto a pensare quel che pensa la maggioranza o, più’ nello specifico, ad opinare secondo l’opinione che in quel momento è maggioritaria nel suo gruppo di riferimento. Si vestirà secondo il modo in cui vestono più’ o meno tutti; agirà e si comporterà come fanno piu’ o meno tutti. Questa è la vittoria del numero, della moltitudine, sul singolo. E’ la vittoria del “si fa”, sull’ “io faccio”, dell’impersonalità sulla personalità dell’agire. Questo è il conformismo.

Possiamo affermare senza tema d’errore che, in tutte le sue attività, l’uomo massa è continuamente tiranneggiato dall’opinione dominante. Essere come gli altri è infatti facile, comodo; fornisce, in un certo senso, protezione, riparo, ti fa sentire parte di un qualcosa di piu’ grande di te; e questo, in un contesto in cui stanno mano a mano perdendo importanza quelle strutture sovrapersonali che, sebbene  tanti impedimenti abbiano creato (ed in parte continuino a creare) agli individui, allo stesso tempo, svolgevano il ruolo non marginale di conferire senso, tramite relazioni stabili nel tempo.

Parliamoci chiaro: poche cose al giorno d’oggi spaventano come la solitudine; il conformismo non è che uno, forse il piu’ diffuso, anche se non il solo, sistema per superare tale sgradevole ,oltre che penosa, condizione. Poche cose sono così instabili come l’identità delle persone, sempre alla ricerca di conferme, sempre in cerca d’ approvazione e di plausi, perché profondamente e drammaticamente incerte su quel che esse, nel loro intimo piu’ profondo, siano.

Ora: del conformismo abbiamo già detto qualcosa piu’ sopra;   si era affermato che il conformismo costituisce una caratteristica necessaria in qualsiasi forma di aggregazione sociale; un individualismo spinto all’estremo è la negazione di ogni forma di vita sociale; il conformarsi indica il prender forma insieme agli altri, ossia a dare vita a forme di vita in comune; e di questo vi è certamente bisogno. Vivere in società, vivere insieme agli altri, implica il non poter esser ognuno una monade a sè stante, isolato da tutto a da tutti; ma questo appare ovvio. Un conto, però, è stare ed accettare le consuete norme di convivenza civile, di rispetto degli altri, e quant’altro non è necessario che ora qui elenchi. Un conto è, come ben dice E. Fromm in “Fuga dalla libertà”, cessare d’esser se stessi, ed assumere in tutto e per tutto il tipo di personalità che viene offerto dai modelli culturali!

Il conformismo è, in primo luogo, una difesa; una difesa contro la difficoltà di dover scegliere noi cosa fare; difesa dalla responsabilità di prendere realmente decisioni, compiere scelte, che, se diverse dalla media, implicano commenti, frecciatine, in qualche caso, a seconda di quanto siamo convinti e coerenti, critiche ed attacchi; e, di conseguenza, distaccarsi da comportamenti “normali”, implica la necessità di saper sostenere ed argomentare la nostra posizione. Agendo come gli altri, è come se ci sentissimo meno soli; le cose che facciamo, le cose che pensiamo, non entrano piu’ in collisione con gli altri, non bisogna giustificarsi, tutto è già visto e previsto. In questo modo, però, rinunciamo ad esser noi stessi.

Ora: con qualunque persona parlassimo, o, per dire, chiunque si ritrovasse a leggere queste pagine, è quasi impossibile che si riconosca nel ritratto che sto tracciando dell’uomo massa; riconoscerà sicuramente questi tratti in persone che conosce, ma difficilmente si auto reputerà un conformista. Si, che una delle idee fondanti la modernità è proprio l’autenticità, la spontaneità, la libertà d’esser quel che si è: in una parola, l’esser così come ci si vede, senza maschere, senza finzioni. Mai come oggi l’uomo condivide il “homo faber fortunae suae”; tant’è vero che molti continuano a lottare ancora per la libertà esteriore, lottando contro quei residui di ostacoli che, a loro avviso, fanno si che l’uomo non possa ancora esser davvero libero; e quindi combattono contro quei vincoli residui, quali la famiglia, la religione, certe forme gerarchiche, le discriminazioni, e via dicendo. E sarebbe difficilmente tollerabile, penso per chiunque, il pensare di esser uno di quei tipi che non pensa da sè, non giudica da sè, non compie in piena autonomia le scelte determinanti il corso della propria vita. Eppure vi dico, la maggior parte delle persone, pur non avvedendosene, agisce da conformista; crede di pensare delle cose in piena autonomia, ma non fa molto di piu’ che ripetere quel che ha sentito altrove. Quanti di noi conoscono almeno una persona che si sente sempre in dovere di sapere, di rispondere a qualsiasi cosa, e per farlo, nel migliore dei casi, si appiglia a cose appena lette, e che spaccia per frutto della sua elaborazione, mentre nel peggiore, abborraccia spiegazioni che, definire poco verosimili, è già concedergli tanto?

Meccanismo sociale ed erotismo femminile

•Ottobre 8, 2009 • Lascia un Commento

La nostra società, come in realtà la stragrande maggioranza delle società, si basa su tre cose: sesso,successo, possesso. Alla base di queste tre cose, a fare da trade d’union, quasi da oliante del meccanismo, vi è il danaro.
Si può anzi dire, che tutto il meccanismo si basa su questi elementi, e sulla loro differente distribuzione tra gli individui.

Tra i principali perpetuatori di tale meccanismo vi sono le femmine (non che esse abbiano reali e coscienti responsabilità: a quanto rilevo però, esse subiscono in maniera , se possibile, ancor piu’ massiccia dei maschi, la pressione sociale; gli è che esse sono percepite, e si autopercepiscono, come premio; in merito numerosi sono i proverbi e le espressioni popolari, sul potere, o sull’effetto trainante della figa sui poveri maschietti)): chi ha successo, ha diritto, anche se non garantito, chiaramente, da nessuna legge scritta, ad avere donne, e a tramandare il proprio DNA. Se hai molte donne, automaticamente sei un vincente; se sei un vincente, hai molte donne. Se, fino a buona parte del novecento, la nostra società aveva, e rispettava anche altri idoli, quali, ad esempio, la famiglia, la patria, il buon nome, l’onore, in primis del gruppo di appartenenza e, mediante quello, della persona, il disgregarsi dei rapporti sociali, il crollo della famiglia, degli ideali, prima vivi ed ora scomparsi (permangono solo formalmente e nella retorica degli stolti), il vivere in un mondo “liquido”, per usare un’espressione di Bauman, ha reso tutto piu’ semplice e comprensibile (per chi abbia la buona volontà di voler capire): il vincente ha molto danaro, con cui compra, ed in brevissimo tempo consuma, tutte le stronzate che il sistema capitalistico produce; in secondo luogo, si scopa molte fighe (o almeno, ha tutta l’apparenza di essere uno che scopa come un riccio con molte fighe; che forse, questo è l’elemento importate: essere uno circondato da belle femmine, ed essere, nell’opinione altrui, uno che se le scopa spesso e volentieri, piu’, in realtà, del darsi concretamente a queste attività, che non è effettivamente rilevante). Tutto ruota attorno a questi elementi.

Provo a dare una breve spiegazione del perchè la donna ricopra questo ruolo, come dire, sistemico, e di perpetuazione della situazione vigente.

C’è un importante lato dell’erotismo femminile (e questo lo spiega bene Alberoni nel suo saggio sull’erotismo) che è collettivo; non personale, non individuale, ma collettivo. E’ un lato dell’erotismo femminile, non il tutto; e non pretendo certo di spiegarlo in toto. Ma costituisce una differenza sensibile rispetto all’erotismo maschile. Ad un maschio, che una donna sia commessa, o un avvocato importante e riconosciuto, o, ancora meglio, capo di un’importante multinazionale o ministro del governo nazionale, importa, da un punto di vista erotico, davvero poco; egli vuole una donna bella, sensuale, che lo intrighi, e del fatto che abbia successo, gliene importa davvero poco. Se reputa una donna non attraente, cambia poco che questa abbia un ruolo socialmente vincente! Non cambierebbe mai una donna bellissima e sconosciuta, con una invece che spopola nel gossip ed in televisione, se egli la reputa brutta! Questo perchè la sua scelta avviene in base a criteri personali (anche se, c’è da dire, anche i criteri estetici maschili sono in parte influenzabili dal costume, dalle mode, dalla televisione, ecc). Nella donna è diverso. Scrive Milan Kundera “La donna non vuole l’uomo bello. Le donne cercano gli uomini che hanno avuto belle donne”.

L’erotismo femminile è profondamente influenzato dal successo, dal ruolo sociale, dal potere dell’uomo. Ella vuole il divo, l’uomo che ha avuto belle donne, il capo. E questo è sicuramente un residuo atavico; secondo alcuni, le femministe in primis, le cose stanno così perchè è sempre stato l’uomo a detenere il potere; perciò, hanno imparato ad erotizzare il potere, cosa che non avviene nel maschio, nel quale c’è una totale scissione tra potere ed erotismo, tra potere e sessualità. Sempre ragionando in termini darwiniani, nel regno animale, specie nei mammiferi, la femmina si accoppia (o almeno, punta ad accoppiarsi) con il maschio che si disfa dei nemici, ed impone la sua autorità. In questo modo, si assicura un patrimonio genetico privilegiato.

Stante così le cose, al giorno d’oggi, le femmine trovano attraenti, ad esempio, anche quella che qualcuno ha definito “l’elite senza potere”; ad esempio i cantanti rock, gli attori, i calciatori; tutti personaggi pompati dal mondo dei media e dello spettacolo, che, come sappiamo, tanto influenzano i nostri modi di vedere le cose. Personaggi che non detengono un reale e concreto potere, come manager, capi di stato ecc, ma sono messi al vertice della piramide sociale, per ragioni su cui non vale la pena di insistere troppo. Quello su cui voglio richiamare la vostra attenzione è che, se in un periodo inizia ad esser socialmente vincente un tipo di attività, qualsiasi essa sia, a prescindere dal suo reale contenuto; ebbene, chi svolga questa attività, si ritroverà ad esser socialmente vincente, ed, in automatico, attirerà a sé femmine, spinte appunto dal meccanismo su descritto. Il classico esempio è il calciatore; non compie alcun tipo di attività che abbia in sé una rilevanza, né può considerarsi una figura realmente di spicco; ma è sotto i riflettori, è osannato da tutti, e guadagna barche di danaro (dettaglio non secondario); e si tromba le veline!

Se un domani, la categoria dei fabbricanti di monili cinesi riuscisse ad acquisire rilevanza ed esposizione mediatica, oltre che riconoscimento sociale, diventerebbero come i calciatori e gli attori: quindi, tromberebbero come ricci! La femmina, in virtù di questo suo essere suscettibile alla visibilità ed al ruolo, avvalla, di fatto, la pazzia del meccanismo sociale, aiutandolo ad autoperpetuarsi.

Vi pregherei di non scorgere alcun tipo di accusa, o di misoginia nelle mie parole. Mi limito ad evidenziare un qualcosa di piuttosto evidente.

Il professore

La società dei consumi:della dicriminazione maschile- Parte seconda

•Ottobre 5, 2009 • Lascia un Commento

Discriminazione dunque: ma di cosa? La nostra è una civiltà che si spaccia per “politicamente corretta”; un sacco di stilisti sono froci; si vedono una marea di froci in tv, nei film, nelle serie tv! E pochi si sognerebbero, pena reazioni sdegnate, di dir male dell’omosessualità. Non siamo di fronte ad una vera e propria omo-fobia; si tratta, a mio avviso, di andro-fobia; paura  e rifiuto del maschile, e di quello che comporta. Quanto sto affermando è profondamente scomodo, oltre che impopolare. Gran parte della società crede che la femmina sia ancora sottomessa all’egemonia del maschio; crede che essa si debba ancora conquistare spazi di libertà piu’ ampi di quelli attuali, che debba raggiungere ancora una sostanziale parità con il maschio. A mio avviso la battaglia è finita, dal momento che il maschio, sostanzialmente, è una specie in via d’estinzione. E di questo, non me ne vogliano, ne scontano le conseguenze anche le femmine. Siamo la società dei senza padri; stiamo diventando quella dei senza uomini. Il mondo si avvia verso l’unisex; è l’androgino, specie in cui si mischiano tratti del maschile e del femminile, a dominare. Ed è la società dei consumi, maternalistica e matriarcale a volerlo. Stiamo ormai vivendo in una società fondata sulla soddisfazione istantanea di bisogni materiali indotti artificialmente, su un concetto ossessivo di sicurezza., e sul prevalere dei diritti rispetto ai doveri, tutti valori assai vicini alla psicologia femminile. La capacità di rinuncia in vista di obbiettivi più alti, la sopportazione delle ferite, il gusto per il rischio e l’imprevidibilità, il concetto di dovere come norma morale interiore (ben diverso dall’osservanza delle leggi per convenienza o paura), caratteristiche maschili e paterne, non solo sono considerate disvalori, ma costituiscono un ostacolo all’oleato funzionamento del meccanismo socioeconomico, e quindi devono essere eliminati con ogni mezzo. Togliere di mezzo gli uomini: questa è all’ordine del giorno da circa 60 anni; ma era in preparazione da almeno 200.

Persa una dimensione altra, che trascenda, come dicono i filosofi, la realtà, ci si è appiattiti sulla conservazione, sulla sopravvivenza, sull’oggi piuttosto che sul domani. Una società materialistica e consumistica, è una società senza speranza, senza un futuro. Non c’è nulla in cui confidare, nulla in cui sperare. Non c’è progettualità, perchè la realtà è diventata minacciosa, non è comprensibile, sfugge alla nostra pianificazione.

Quello che si vuole è il consumatore: è lui che serve, non altro; un essere i cui bisogni sono appagati dal mercato; che tragga le proprie motivazioni ad andare avanti nel fare soldi, al fine di impiegarli nell’acquisto di merci che altri gli indicheranno come importanti, come fondamentali; vuoi essere figo? Lavora sodo, guadagna tanto, comprati i vestiti che diciamo noi, frequenta i locali che diciamo noi, vai in vacanza dove diciamo noi, e lo sarai. Vuoi avere tante femmine? Vai in palestra, è diventa un fisicato; lavora, guadagna tanto, e avrai tutte le femmine che vuoi. Questi sono i messaggi che passano.

Vi chiederete allora: perchè una società strutturata in questo modo svilisce il maschile, ma non ha lo stesso effetto sul femminile? Qualche dato allora: i suicidi maschili sono pari al 75% del totale e al 78% nella classe d’età presa in considerazione (dalla giovinezza alla piena maturità, cioè 15-50). Nel solo 2002, i suicidi maschili sono stati piu’ di 3100, contro scarsi 1000 femminili.