Le angustie del cuore

•febbraio 6, 2010 • Lascia un commento

Questo ho sentito.

Una volta il Sublime soggiornava presso Sâvatthî, nella selva del Vincitore, nel giardino di Anâthapindiko. Là egli si rivolse ai monaci:

“Chi di voi, monaci, non ha perduto le cinque angustie del cuore e non ne ha reciso i cinque vincoli non può certo in quest’Ordine giungere alla riuscita, alla maturità e allo sviluppo. Quali sono i cinque affanni del cuore? Un monaco è incerto e dubita del maestro, non ne ha fiducia, perciò è avverso allo sforzo e alla fatica, non è costante. Ecco la prima angustia.

Un monaco è incerto e dubita della dottrina, non ne ha fiducia, ed è avverso allo sforzo e alla fatica, non è costante. Ecco la seconda angustia. Dubita della comunità, non se ne fida. Ecco la terza. Dubita della regola. Ecco la quarta. Si secca e si duole dei suoi fratelli dell’Ordine, è abbattuto e angustiato. Ecco la quinta. Egli, per tutte queste angustie di cui non s’è liberato, è avverso allo sforzo e alla fatica, non è costante.

Quali sono i cinque vincoli del cuore? Un monaco con la volontà non s’è spogliato della brama, del desiderio, dell’avidità, dell’arsura, della febbre e della sete. L’animo suo è avverso allo sforzo e alla fatica, non è costante. Lo stesso gli accade nel sentire e nel vedere. Al pasto ha mangiato tanto da soddisfare il suo stomaco, e si compiace di sedere, di giacere, di assopirsi nella comodità. Un monaco conduce una santa vita con l’intenzione di raggiungere qualche rinascita divina: “Con questi esercizi o voti, mortificazione o rinuncia, voglio diventare un dio!” Ecco i cinque vincoli che non sono stati recisi.

Ora, chi di voi, monaci, ha perduto le cinque angustie del cuore e ha nettamente reciso i cinque vincoli del cuore, può in quest’Ordine ben giungere alla riuscita, alla maturità e allo sviluppo.

Quali sono le cinque angustie che ha perduto? Non tentenna né dubita del maestro, ne ha fiducia; è incline allo sforzo e alla fatica, è costante. Non dubita della dottrina, non dubita della comunità, non dubita della regola, non si secca né si duole dei suoi fratelli dell’Ordine. E quali i cinque vincoli del cuore che costui ha reciso? Con la volontà s’è spogliato della brama, del desiderio, dell’avidità, dell’arsura, della febbre e della sete. Lo stesso è avvenuto nel sentire, nel vedere, nel nutrirsi e nel compiacersi di comodità nel sedersi, nel giacere e nell’ assopirsi. Inoltre ha condotto una santa vita senza l’intenzione di rinascere come un dio. Così facendo, col suo animo incline allo sforzo e alla fatica, costante, ha nettamente reciso tutti i vincoli del cuore, e può in quest’Ordine ben giungere alla riuscita, alla maturità e allo sviluppo.

Egli raggiunge il mirabile sentiero prodotto dall’intensità della costanza e dal raccoglimento della volontà, della forza, dell’animo, dell’esame e dell’ eroismo. E questo monaco, divenuto quindici volte eroico, monaci, è capace della liberazione, capace del risveglio, capace di trovare l’incomparabile sicurezza. Così, a una chioccia che ha ben covato le sue uova, come potrebbe non venire il desiderio: “Ah, possano i miei pulcini, con le zampe e col becco, rompere il guscio; possano essi dunque felicemente liberarsi!”. E come quei pulcini che sono divenuti capaci di rompere il guscio e di liberarsi felicemente, così appunto un monaco, quindici volte eroico, è capace della liberazione, capace del risveglio, capace di trovare l’ incomparabile sicurezza.

Così parlò il Sublime. Contenti si rallegrarono quei monaci della sua parola.

Majjhima Nikaya 16

Stomu Yamash’ta – Crossing the line

•gennaio 4, 2010 • Lascia un commento

Urge Overkill-Girl you’ll be a woman soon

•dicembre 1, 2009 • Lascia un commento

Della non accettazione di sè

•dicembre 1, 2009 • Lascia un commento

Dunque, per iniziare : la non accettazione di sè è, al 99%, frutto del confronto con l’esterno; e per capire questo, basta fingersi un ipotetico Robinson Crusoe: sulla sua bella isola deserta, la preoccupazione principe è il capire come fare a sopravvivere; egli si preoccuperà di scacciare gli animali feroci, e di trovare cibo che lo sfami a sufficienza; Robinson non ha problemi di accettazione di sè.

Il problema si inquadra a partire dalla classica analisi di Hegel: ogni coscienza è autocoscienza, che si forma tramite il rapportarsi del soggetto con l’oggetto; in altri termini, è il frutto dell’incontro di ogni persona con la realtà e con le persone di cui questa è popolata.

Mi pare indiscutibile che l’identità di un soggetto sia frutto del rapporto con gli altri; è tramite il confronto, il dialogo, lo scontro, che noi riusciamo a porre noi stessi come distinti dal resto degli altri, ponendo l’io da una parte, il non-io dall’altra.

In altre parole, la nostra è un identità sociale: tutto quello che un uomo deve imparare ,all’inizio della sua vita lo impara per imitazione: si impara a parlare imitanto i nostri genitori che parlano ( o chi per loro); sviluppiamo le nostre preferenze, i nostri gusti, le nostre abilità per via imitativa. E questo ce lo portiamo per il resto della vita: anche quando non abbiamo piu’ bisogno di tale confronto, continuiamo a percepire la necessità di un’approvazione delle nostre azioni dall’esterno, la necessità di un riscontro.

A questo punto la domanda di partenza: perchè uno non si accetta? Questa deriva dal mancato incontro tra l’idea che abbiamo di noi stessi, e l’idea che ci ributtano in faccia gli altri.

La questione capirete che è problematica, perchè mette in campo temi quali “che cosa/ chi sono io?”, e “chi/che cosa sono io per gli altri”?
Domande a cui non si può realmente rispondere; nessuno di noi può sapere cosa è, dal momento che non si può porre come oggetto, essendo in prima istanza soggetti; dobbiamo quindi porre una finzione teorica:

- io noumenico da una parte, cioè quello che noi realmente siamo, e che solo una divinità potrebbe comprendere dall’alto della sua onniscenza

-io sociale, e sue relative incarnazioni ( o maschere, in gergo pirandelliano)

Quello che non accettiamo è l’io sociale; quello che non accettiamo sono i risultati dell’interazione sociale.

Non troverete mai nessuno che non accetta le sue reali (ponendo che siano accertabili) caratteristiche:

poniamo una persona cui faccia schifo l’alcool; avrà motivo di non accettare questa sua caratteristica? non credo; potrà viceversa non accettare il fatto che, a causa di questa, in determinati contesti si potrà trovare escluso, in minoranza, perchè gli altri che lo circondano ne fanno un fatto di comunione, di divertimento, e lui si sente escluso in quanto non partecipa di questa pratica.

Non accetterà qundi il frutto dell’interazione, in quanto si trova a disagio a causa di questa (ma è solo un esempio banale!)

In sintesi:

- ogni forma di non accettazione ha origine sociale, in quanto sociale, dialogico direbbe Martin Buber, è lo stesso processo che porta alla formazione dell’io

- la stessa forma piu’ estrema di non accettazione, l’odio di sè, non è mai tale in senso stretto; se ci si odia è perchè non veniamo riconosciuti per quello che noi crediamo di essere, e per quello che crediamo di meritare; non ci tributano quello che crediamo, viceversa, gli altri dovrebbero fare; è, in sostanza, una forma di amore per se stessi, spinto all’estremo.

- l’io sociale non è un qualcosa di definitivo e di oggettivo, ma, in quanto rapporto, è sempre in bilico, e sempre passibile di mutamenti ed avoluzioni

- spesso capita che una determinata forma, o maschera, si cristallizzi, e non si riesca a levarsela di dosso (i drammi pirandelliani sono esemplari: i vari protagonisti si convincono a tal punto che quella forma rifletta la loro essenza, che non riescono piu’ a distaccarsene)

-qualsiasi processo di cambiamento può essere tale solo se riesce in qualche modo a sgretolare la maschera, l’io fittizio che non sentiamo rappresentativo, andando ad incontrare ed a creare una forma piu’ aderente a quel che noi realmente siamo ( o pensiamo di essere, qui la questione è delicata)

-il miglioramento è nella rappresentazione di sè, mai nel cambiare quello che siamo; il carattere di ognuno è dato una volta per tutte.
Schopenhauer diceva che “il carattere è il destino di ognuno di noi”.

Il lavoro di fondo andrà fatto, da un lato in termini di autoanalisi, dall’altro, riuscendo a capire come ci rappresentiamo; sembrerà stupido, ma lo iato tra quello che crediamo di proiettare, e quello che realmente facciamo, alle volte è enorme.

Provate a riprendervi con una telecamera, è la cosa vi sarà lampante

Come mi ( e ci) insegna un Gran Maestro, agite e parlate di fronte allo specchio; imparate ad esser “fighi” di fronte a quello; se non lo siete per voi, non lo sarete neanche per gli altri.

Il mito di Narciso

•novembre 19, 2009 • Lascia un commento

Molto tempo fa, vivevano le Ninfe, bellissime fanciulle, vestite di veli impreziositi da fili d’oro e d’argento. Esse avevano lunghissimi capelli, che pettinavano specchiandosi nei laghetti e nei ruscelli.
Amavano ballare e cantare e la loro voce era talmente melodica che incantava chiunque le sentisse.

Oltre alle Ninfe, c’erano anche i Satiri, giovani fannulloni, sempre pronti a divertirsi ed uno di loro si chiamava Pan. Pan, era il dio dei pastori, il suo aspetto era orribile e deforme; al posto dei piedi aveva due zoccoli da caprone, il suo viso era rugoso e le sue orecchie erano appuntite.

Inoltre sulla fronte, aveva due corna da capra che lo rendevano pauroso. Pan trascorreva intere giornate a suonare il suo flauto fatto di canne e spesso cantava.Un giorno, egli udì una bellissima voce provenire da un cespuglio; subito si mise a sbirciare e vide una bellissima Ninfa che raccoglieva fiori.

Il suo nome era Eco e Pan, fu talmente incantato dalla sua bellezza che le si avvicinò e disse:” Oh, stupenda creatura, tu sarai la mia sposa!”. Eco rimase terrorizzata alla vista di quell’essere mostruoso e subito corse via urlando e pregando Pan di lasciarla in pace.Ma Pan non smetteva di inseguirla e la Ninfa cercava di nascondersi nel bosco, finché sfinita trovò una caverna ed entrò per rifugiarsi.

Eco era innamorata di Narciso, un bellissimo giovane, che amava la caccia, e, ancora piena di spavento incominciò a chiamarlo sperando che accorresse in suo aiuto.

Eco lo chiamò per ore ed ore, ma Narciso non arrivava.

La povera Ninfa trascorse così giorni e giorni nascosta nella buia caverna chiamando continuamente il suo amato, ma inutilmente.
Narciso,aveva un cuore arido ed era talmente pieno di superbia e fiero di sé che non aveva attenzioni per nessuno tranne di sé stesso. Un giorno, mentre cacciava, udì le invocazioni di Eco e, quando capì dalla voce che si trattava di lei, si avvicinò alla caverna e disse:” Devo continuare la caccia, non posso perdere tempo… poi per una Ninfa” e proseguì.

Gli dei, che dall’Olimpo avevano visto il comportamento di Narciso, decisero che una simile crudeltà non poteva rimanere impunita.Così decisero che, Narciso, dal cuore di pietra, dovesse provare sentimento soltanto per sé stesso e per la sua bellezza. Trascorsero giorni e intanto faceva molto caldo e, il giovane, stanco e assetato si mise in cerca di uno stagno per dissetarsi.

Quando lo trovò si sporse per bere e vide la sua immagine riflessa nell’acqua e,sbalordito esclamò:” Che sublime bellezza, non posso più vivere senza che essa risplenda continuamente nei miei occhi”.Narciso s’innamorò all’istante di sé stesso e da quel momento rimase fermo immobile senza mai staccare il suo volto riflesso nello stagno, come in preda ad un incantesimo. Intanto il sole iniziava a calare e, Narciso cominciava a perdere le forze, non riusciva a muoversi e il suo viso piano piano impallidiva sempre più. Rimase così a lungo finché non morì.

Narciso e Oscar Wilde

Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si mutò da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse e le Oreadi vennero piangendo attra¬verso i boschi per cantare allo stagno e confortarlo. E quando videro che lo stagno s’era mutato da una tazza di dolci acque in una tazza di acque salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono verso lo stagno e dissero:

Noi non ci meravigliamo che tu pianga tanto Narciso, perché egli era davvero bellissimo -

Ma era bello Narciso? – disse lo stagno.

Chi potrebbe saperlo meglio di te? – risposero le Oreadi.

Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza. -
Allora lo stagno rispose: – Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo sempre specchiata la mia bellezza -» OSCAR WILDE.

Asa – Eye adaba

•novembre 10, 2009 • Lascia un commento

Born Bukola Elemide, Aṣa was born in Paris, France to Nigerian parents. She was two years old when her family returned to live in Nigeria. Aṣa grew up in Lagos, in the south-western part of Nigeria. She states that the city is “buzzing with energy but also home to a deep-rooted spirituality. Islam thrives shoulder to shoulder with Christianity in an atmosphere of tolerance, and the turbulent city moves endlessly in an infernal and yet harmonious ballet of love and hate, laughter and violence, poverty and wealth.” However twenty years later Aṣa returned to Paris, which is where her life as an artist took wing. Aṣa was twelve when her mother sent her to one of the best schools in Nigeria. But educational excellence had a bitter taste : five years of studies and hardship. When she came home, she discovered Erykah Badu, D’Angelo, Raphael Saadiq, Lauryn Hill, Femi Kuti and Angélique Kidjo, in whose footprints she dreamed of following. At 18, Asa was very familiar with frustration. The university was on strike, the choirs were snubbing her. During these frustrating times, Asa used to lock herself in her room and sing; this she said was very comforting. Nevertheless, she managed to get her voice heard on a few radio talent shows and her first applause brought her boundless pleasure. She then signed up, in secret, for the Peter King’s School of Music and learnt to play guitar in 6 months.

http://en.wikipedia.org/wiki/A%E1%B9%A3a

 

Della seduzione come arte diabolica- parte seconda

•ottobre 28, 2009 • Lascia un commento

2) La mistica della sincerità

E veniamo quindi al punto piu’ interessante: parlando di seduzione, andiamo inevitabilmente a parlare di amore; di cos’è, di cosa dovrebbe o non dovrebbe essere.

L’atto della seduzione implica il convincere qualcuno a reputarci “amorevoli”, meritevoli d’amore; se renderci tali, è un qualcosa che si può apprendere, e che quindi qualcuno ci può insegnare, può voler dire, in prima istanza, che l’amore che si può provare per qualcuno non sia piu’ un’affinità elettiva, una scelta che, in realtà, rivela quanto di piu’ profondo ed autentico c’è in noi.
C’è un brano esemplare a proposito di Ortega Y Gasset, che prendo dal suo “Scelta in amore”:

“Ci sono situazioni, circostanze vitali in cui, senza rendersene conto, l’essere umano svela gran parte della sua intimità più decisiva, di quello che autenticamente è. Una di queste situazioni è l’amore. Nella scelta dell’amata l’uomo rivela la propria essenza, così come la donna in quella dell’amato. Il tipo di umanità che mostriamo di preferire nell’altro essere delinea il profilo del nostro cuore”.

Se così è, e stiamo dicendo che l’amore svela una parte essenziale di noi stessi, il pensare che si possa indurre in qualcuno amore per la nostra persona, mercè tecniche, metodi, strategie, implica che il suo amore è non autentico, è un inganno, è dovuto al fumo negli occhi che gettiamo grazie alle nostre arti seduttive.

Siamo così di fronte ad un’altro mito della contemporaneità: la mistica della sincerità.

Si sceglie una persona per quello che è, non per l’immagine artefatta che, mediante tecniche, lui è riuscito a farci pervenire.
Per quanto vecchio di 2500 anni, il mito platonico dell’androgino segato in 2 da Zeus a causa della sua Hybris, della sua tracontanza, è ancora vivo e vegeto nella mentalità attuale: molti hanno la pretesa d’affermare che esistono persone destinate in qualche modo l’una all’altra; e che, a prescindere da strategie, tattiche e quant’altro, nel momento dell’incontro, esse si “sapranno riconoscere”; ricosceranno nell’altro la metà mancante della propria “mela originaria”; se pensiamo l’eros in questo modo, come riconquista della nostra parte perduta, è chiaro che non c’è proprio nulla da insegnare; bisogna sol sperare di trovare il nostro complementare.

Chi sostiene questa posizione ha spesso la pretesa d’affermare che, se i due, al momento dell’incontro, non si prendono, non si riconoscono, allora “non era destino”, “non erano fatti per stare insieme”
Convicere qualcuno ad amarci, convincere qualcuno, che non sia in realtà la nostra metà complementare, significa ingannarlo.
Cito qui alcune affermazioni tratti dai commenti (femminili) all’intervista di cui dicevo prima:

“mai sentito parlare di persone che spontaneamente incrociano uno sguardo, si sentono attratte e poi si trovano naturalmente bene a fare 4 chiacchiere etc etc???.. perchè son così strana se dico che a me un uomo che mi studia, mi analizza, decide cosa mi infastidisce o meno, decide di che argomenti parlare, come assomigliarmi e come essere l’artefice e la guida del nostro incontro non mi piace?? anzi MI IRRITA, perchè non c’è nulla di vero, se non tanta arroganza e tanta “recita”.

O ancora:” il concetto che in mezzo a tutti questi paroloni sembri trascurare è molto semplice: l’ attrazione è una cosa molto semplice, naturale e SPONTANEA.”

Ed è precisamente questa l’idea che si continua ad avere della seduzione: l’arte dell’inganno. Lo stesso Don Giovanni è il personaggio dell’inganno, del travestimento, delle maschere. Come dice molto bene Umberto Curi :
“Don Giovanni – questo, per esempio sia nella versione di Molière, che soprattutto nella versione di Mozart e Da Ponte – ama travestirsi [...]il modello del seduttore seduce solo a condizione di apparire diverso da come è, seduce soltanto travestendosi e, quindi, come se non fosse sicuro del proprio aspetto per poter essere un seduttore [...]Don Giovanni per indurre Zerlina a compiacere ai suoi desideri, gli deve promettere ciò che poi egli non ha nessuna intenzione di mantenere, cioè promette a Zerlina di sposarla. Anche questo è un travestimento”.

Una cosa che in pochi sono disposti a riconoscere è che tutti ingannano; ed il campo amoroso è il territorio eletto dell’inganno; gli AFC, come volgarmenti definiti nei forum, ingannano non meno dei seduttori. E, soprattutto, le femmine ingannano; il trucco, l’abbigliamento, il fare ritroso, le strategie, non costituiscono forse l’essenza del comportamento femminile? La loro suprema preoccupazione non è quella di piacere ad ogni costo, curando meticolosamente il loro apparire, al fine di poter accalappiare il tipo che le piace? Non sono educate a fare questo da sempre? Di cosa parlano le riveste femminili se non di questo?

Come ben dice Carmelo Bene nella sua autobiografia:
“qualunque donna, civettando di un lutto appena accaduto o di Immanuel Kant, estrarrà all’improvviso dalla trousse un po’ d cipria, del rossetto,schiuderà uno specchiettino e comincerà scimmiescamente a pittarsi [...] è il trucco di che consistono; credono di restaurare la facciata, invece sprofondano nel nulla”.

Che dire invece del Lucien de Rubembrè delle Illusioni perdute (Balzac), il quale “non poteva immaginare il cambiamento prodotto da una sciarpa al collo, un abito grazioso, una pettinatura elegante nella persona di Louise”, rimanendo del tutto sorpreso di fronte alla metamorfosi della donna, che non a caso gli “appare irriconoscibile”?

A parti rovesciate, quante volte si è visto un ragazzo che, invaghitosi di una ragazza dedita alla lettura, cercasse poi un punto di contatto con questa, improvvisandosi accanito cultore di Turgenev e Puskin? E’ un fatto scandaloso?
Per una certa mentalità, per chi predica la sincerità ad oltranza si; ma mi pare davvero come la cosa piu’ comune del mondo; le persone hanno sempre agito così; e non sarebbe poi un ingannare il cercare magari di smussare i contrasti, lasciando in ombre certe cose, certi dettagli, enfatizzando solo quel che al momento ci è (o ci sembra) piu’ utile allo scopo?

Ma il fatto che sia reputato scandaloso, quasi immorale, mi fa pensare che risulta tale, agli occhi femminili in particolare, in quanto è una loro prerogativa l’agire in questo modo.

Continua…

Della seduzione come arte diabolica- Parte prima

•ottobre 27, 2009 • Lascia un commento

Introduzione

Inizio a postare una serie di articoli dal carattere univocamente storico/teorico; qualcuno potrarli trovarli pallosi come la morte, ma postarli non mi costa nulla, e, se anche solo uno troverà di qualche interesse i miei deliri, beh ne sarò contento; altrimenti, me ne farò comunque una ragione

Alla base di questi articoli c’è una mia ben precisa domanda: è teoricamente giustificato/giustificabile la pretesa di apprendere/insegnare l’arte della seduzione? Oppure libri, metodi, e manuali,  hanno come merito principale, se non unico, quello di spronare ed incentivare all’azione?

C’è una altra cosa che mi vado chiedendo ultimamente:  testi di seduzione, metodi e quant’altro, come sono percepiti all’esterno, dalla persone come a dire, normali? Come è vista l’idea che si possa migliorare, che si possa cambiare certi propri modi di fare, di comportarsi?
Ritengo che siano visti male, come puro fumo negli occhi.

Lasciando da parte le beghe personali, c’è, dietro le critiche, una posizione ben precisa, che, a mio avviso, risulta condivisa dal 95% del mondo esterno ai forum di seduzione; l’idea, cioè, che la seduzione sia un qualcosa di non insegnabile (il pensare che lo sia è, sempre a mio avviso, idea del tutto eversiva nel mondo d’oggi, se non rivoluzionaria; si andrebbe ad incrinare il postulato che, la capacità di acchiappare e sedurre femmine sia dovuta, da un lato ad elementi materiali quali denaro, potere, bellezza ed attraenza fisica, dall’altro, a qualità quasi mistiche, non correttamente inquadrabili ed afferrabili, spesso definite come “quel non so che di…”).

In realtà penso, e ne parlerò piu’ avanti, lo stesso parlare di metodi di seduzione, è, per come lo interpreto, un tentativo di matrice scientifico-illuminista, in quanto si propone di considerare la materia trattata, che di fatto è l’amore, alla stregua di qualsiasi altro fenomeno naturale; il pensarlo non piu’ come sacro, come dovuto a fattori non spiegabili, ma come analizzabile, spiegabile, e, soprattutto, replicabile da chi abbia inteso le dinamiche in modo corretto. Non piu’ l’amore come evento salvifico, e di connessione col trascendente, ma l’amore come fatto materiale, totalmente immanente.

Capirete che, messa così, la questione è davvero scottante; ed è scottante perchè pretende di infrangere uno degli ultimi miti sopravvissuti.

Al solito mi chiedo: perchè? Cosa nasconde questa convinzione? Perchè il semplice parlare di queste tematiche spesso genera fastidio, perplessità, talvolta avversione (specie nelle donne)?

1) Don Giovanni

Quando parliamo di seduzione, e di seduttori, il primo nome che viene in mente (con buona pace di Mistery e dei suoi epigoni) è quello di Don Giovanni: figura leggendaria se non mitologica, i cui tratti affondano nella realtà, come per ogni mito che si rispetti. Non credo che tutti conoscano con esattezza questo mito; i piu’ sanno che questo strano tipo aveva un grande ascendente sulle donne, che se ne è scopate a migliaia, che le disprezzava assai, e che fa una gran brutta fine.

Quello che non tutti sanno è che Don Giovanni finisce all’inferno non per aver “sedotto” un migliaio abbondante di fanciulle, o per il fatto che non le amasse, che le abbia ingannate, o cose simili. Finisce all’inferno perchè è un personaggio diabolico, un empio, un ateo in un periodo in cui la religione aveva ben altro peso e rilevanza di quella che ha nel secolarizzato mondo odierno.

Nelle varie declinazioni dell’opera, ci sono alcune costanti, alcuni episodi caratterizzanti: ad esempio l’incontro con il mendicante, al quale Don Giovanni darà un luigi d’oro, a patto che questi bestemmi; il colloquio con lo spettro, che lo invita a pentirsi finchè è in tempo; l’episodio finale, in ragione del quale l’opera prenderà anche il nome di “convitato di pietra”, cioè l’invito a cena rivolto alla statua del commendatore ucciso dallo stesso Don Giovanni; e sarà proprio la statua a condurre il nostro all’inferno.

Vi starete indi chiedendo: cosa lega tra loro la seduzione, ed il fatto che Don Giovanni fosse un senza dio, un blasfemo, un libertino nel senso proprio dei libertini seicenteschi?

Le lega il fatto che la seduzione è sempre stata vista come un’arte diabolica; la seduzione è storicamente stata vista come un inganno; Circe seduce Ulisse, ma solo mediante l’uso delle sue arti magiche; le sirene provano ad irretire Ulisse tramite il loro canto, e sempre si tratta di un’artifizio, di una magia. Ulisse ama in realtà Penelope, e nulla gli può far cambiare idea.

Se ci pensate, tale idea è passata, anzi, è stata amplificata dalla cristianità; a partire da Eva che tenta Adamo, è strettissimo il legame tra donna-seduzione-diavolo. Molte culture condividono questo timore verso le strane e misteriose doti femminili, ed hanno spesso tentato di imbrigliarle, di frenarle. La stessa bellezza, uno dei fattori principali della seduttività femminile, è stata nel tempo vista come attributo diabolico.

Ma torniamo al mito di Don Giovanni: come dicevo prima, il tema principale del Don Giovanni non risiede nella rappresentazione di uno sfrenato impulso sessuale; non viene punito in ragione del suo smodato collezionismo erotico, o perchè abusi delle grazie femminili, ma perchè, irridendo la morte (il teschio, la blasfemia, il sepolcro funebre), dimostra di non credere al mistero su cui si fonda il cristianesimo. Egli è di fatto un personaggio che compendia in sè, in forma paradigmatica, una violenta critica alla figura del Cristo, ed ai due temi in cui si articola la buona novella, come annunciata nel nuovo testamento: la morte quale evento temporaneo in attesa del giudizio universale, come testimoniato dal cristo che resuscita; l’amore come agape (qui rimando all’enciclica di Ratzi sul tema, in alternativa http://it.wikipedia.org/wiki/Agape_%28sentimento%29).

Continua…

Lullaby

•ottobre 25, 2009 • Lascia un commento

Cry me a river

•ottobre 23, 2009 • Lascia un commento